Intervento di Ando Gilardi sulla fotografia del futuro.

A cura di Luca Pagni

 

La presentazione che segue è tratta dal catalogo alla mostra “Ando che nasce dall’Arte

 

allestita dal 27 gennaio al 7 febbraio 2007,

 

a Fano nella Saletta Nolfi, dell’antico oratorio di San Pietro in valle.

 

 

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Per conoscere meglio Ando Gilardi, si consigliano i siti:

 

http://www.fototeca-gilardi.com/pages/gilardi.asp

 

http://stores.ebay.it/Gilardi-Digitale

 

http://www.photographers.it/articoli/andogilardi.htm
 

 

 

Era arrivato, stava per arrivare, un mezzo che poteva tenergli testa nell'immaginificazione delle sue teorie più avanzate, dei suoi paradossi. Le sue parabole, le sue iperboli verbali potevano finalmente diventare visibili. La sua concitata produttività finalmente lanciata a briglia sciolta. Le prove sono nel significativo campione di immagini esposto in questa mostra. Tecnicamente realizza le sue immagini partendo dai campioni più disparati: da istantanee catturate dalla realtà, da frammenti prelevati dallo sterminato accumulo di Internet, da altre immagini riprodotte da carta o altri supporti. Il software che predilige è Photoshop, che ha aggiornato appassionatamente dalla versione 3 a tutt'oggi, anche se naturalmente ha sperimentato quasi tutti gli altri programmi di elaborazione di immagini dai quali ha tratto gli effetti propri di ciascuno. Lavoro con Gilardi da più di un lustro e in questi anni l'ho seguito e lo seguo comunque e sempre da allieva: è un uomo che ha infinite cose da insegnare, la costanza e l'entusiasmo di trasmetterle, perché applica lo stesso entusiasmo nel ricevere ed elaborare con le sue straordinarie capacità di metterle in relazione, tutte le informazioni che gli vengono dall'universo che lo circonda. Sono culturalmente "gilardocentrica" insomma, e me ne vanto.

Patrizia Piccini
Fototeca Storica Nazionale Ando Gilardi

 

Io, fotografo nel duemilaventicinque

 

Per merito di un mio testo di 25 anni fa  (Fotografare, luglio 1985) dove descrivevo il futuro della fotografia digitale, godo e soffro nel piccolo mondo che si occupa di queste cose di una fama di profeta che prevede il domani della comunicazione per immagini. Questo dipende dal fatto che nel piccolo mondo predetto specialmente chi della fotografia ne insegna la storia non la conosce. La fotografia fino dal principio è stata un procedimento per fissare, cioè per rendere stabili sopra un supporto, le immagini formate da una lente, un procedimento in continua evoluzione. Più o meno nell’ordine: per primo è venuto il dagherrotipo, poi mi pare la calotipia , che poi venne chiamata talbotipia, poi sempre mi pare l’albuminotipia, poi la collotipia, poi forse la ferrotipia e via dicendo, ma ripeto che ricordo male perché la mia memoria più non funziona. Ma quello che conta è un altro discorso: ogni passaggio da un procedimento a un altro avveniva perché si rendeva più semplice, facile ed economico il nuovo procedimento. Questo, e mi sto ripetendo, rendeva naturalmente felici i fotografi, amatori e professionisti, perché faceva più semplice il loro lavoro, ma all’opposto avviliva, rendeva e rende addirittura cattivi, gli storici e i critici dell’“arte nuova” e specialmente gli insegnanti universitari di storia e tecnica della fotografia, perché loro credevano e credono che il metodo del quale si occupano al momento sia il definitivo per cui delle immagini ne parlano non come se fossero fatte da una macchina che progredisce ma fatte a mano. Come del resto è accaduto con la pittura a olio che secoli fa sostituì quella all’albume, pittura a olio che esiste e resiste ancora ai nostri giorni. Ora facciamo l’esempio illustre di Roland Barthes il quale, come si era occupato di tante altre cose, un giorno decise di occuparsi di fotografia ed erano gli anni trionfali dell’istantanea analogica. Convinto da incompetente qual’era che quella fosse tutta la fotografia, diciamo che la fosse come per la scultura lo sono le statue di marmo, scrisse quelle che certi chiamano pagine eterne; tuttavia se queste pagine le leggono quelli che la conoscono davvero, le trovano prive di senso. Ma in questo non esiste niente di male e di nuovo: quando Copernico diede le prove che la Terra girava attorno al Sole e non viceversa, divennero ridicole la Genesi della Bibbia come l’Astronomia di Aristotele, per cui il povero Roland Barthes non deve tanto farci sorridere. Però oggi le cose vanno peggio: ci sono docenti che insegnano storia e tecnica della fotografia in prestigiose università, i quali invece di fare autocritica e scrivere che nei loro testi sono stati ingenui insistono a scrivere che l’istantanea analogica tolemaica è sempre il meglio del meglio mentre l’immagine digitale è una moda che passa, comunque non è una rivoluzione ma una falsa rivoluzione.

 

Ma veniamo alle mie qualità profetiche, se ho  raccontato queste cose è per provare coi fatti che le possiedo sul serio. Intorno al 1985 ho lavorato per la Digital in Italia: la Digital era allora seconda solo alla IBM nel mercato globale del computer e alla fine degli anni ‘70 l'azienda sviluppò la serie VAX, che offriva prestazioni superiori rispetto ai precedenti minicomputer ed era dotata di un sistema operativo che semplificava di molto lo sviluppo dei programmi. Ma lasciamo perdere questi discorsi tecnici: in quello stesso periodo la Digital creò un sistema interattivo multimediale che utilizzava il videodisco, un’invenzione della Philips, che è l’antenato del DVD ed era di 30 cm di diametro come quelli antichi per la musica e un incrocio curioso fra l’analogico e il digitale. Dentro ci stava un film come nelle video cassette ma in confronto rappresentava un salto epocale: un film che dura 90 minuti è composto in cifra tonda da 30 diapositive per secondo, che diventano 1800 per un minuto se non mi sbaglio, che per 90 minuti diventano 162.000 sempre se non mi sbaglio. Ora seguitemi che questa è l’unica occasione che avete per mettere un piede fuori dall’analfabetismo informatico: i 162.000 fotogrammi del film sono ovviamente  tutte diapositive fotografiche: un bell’archivio! Ma per trovarne una che serve bisogna fare anche scorrere tutto il nastro della cassetta: è quello che si dice ricerca sequenziale e c’è da impazzire. Invece se il tutto si trova nel videodisco la ricerca diventa tangenziale, cioè la “puntina” che poi è un raggiolino di laser non segue i solchi ma attraversa il disco e arriva subito alla diapositiva, mettiamo la 97.285 che subito brilla sul video del calcolatore. Non basta! Insieme posso chiamare anche un testo che l’accompagni. Non basta! Quel testo può essere un ipertesto, cioè se faccio clic su una certa parola, viene sul video la sua definizione dal dizionario. Non basta! Se batto su una certa parola della definizione mi viene in video la definizione della parola della definizione e così all’infinito, fino a coprire tutto lo scibile semantico. Non basta! mi vengono pure sul video le immagini che illustrano la definizione nella storia dell’arte. Non basta …

 

Per degli ignoranti in     queste materie se tutto questo sembra una favola, si può vedere subito anche di meglio: entrate in Internet e chiamate Microsoft Encarta, un’enciclopedia della Microsoft, che rende solo decorativa la Treccani in 70 volumi. Provate in Encarta a  digitare  “cane” e viene fuori a chili non solo quello che ho detto, ma pure le immagini di tutte le razze canine, ma anche un centinaio di articoli e saggi che parlano del “cane” da tutti i punti di vista possibili, poi anche il collegamento con i siti di Internet, che sono circa 4 milioni, che trattano ancora del “cane”… Ora una cattiva notizia, non ho mai conosciuto un insegnante che sappia qualcosa di Encarta.

 

Basta così! Volevo solo convincervi che ho i titoli per prevedere il futuro della fotografia digitale per dieci anni o forse venti, al massimo trenta perché i progressi sono fulminei. Ho i titoli perché ho fatto videodischi trenta anni fa: alla Digital eravamo un gruppo fantastico: Tiziana, Massimo, Patrizia, Elena e Io. E arrivo alle previsioni ma non quelle tecniche facili, come ad esempio che i fototelefonini avranno 20 Megapixel e una memoria da 10 Giga, ma che fra 5 anni in macchina con il telefonino chiamerò il Louvre e dirò al centralino che mi mandi la Bagnante di Ingres ma solo il dettaglio del capezzolo sinistro. Poi chiedo pure che me lo faccia trovare nel computer a casa… eccetera eccetera. Ma poi fra dieci o venti anni il Louvre sarà chiuso e chi lo desidera potrà visitarselo a casa anche meglio perché i quadri sul video sono illuminati di dietro – capito? di dietro! - da una luce bianca perfetta tarata, non come quando si guardano appesi al muro e nei musei che la luce è sempre sbagliata.

 

Poi come il Louvre chiuderanno le gallerie: tutte! Come avevo previsto anni fa che avrebbero chiuso i fotonegozianti, ben 10.000, della pellicola e roba analogica. Poi chiuderanno le scuole cominciando dalle elementari; resteranno aperte solo quelle per i bambini abbandonati dai genitori occupati. Ma i bambini normali impareranno a leggere e scrivere a casa dal computer dove studieranno sulle fotografie digitali dei sillabari, e tutta l’istruzione elementare che oggi è diluita in 5 anni sarà registrata magari in un DVD da 20 Giga. Ma non solo! Nello stesso dischetto si troverà tutta la didattica che oggi è diluita in 8 anni di testi cartacei. E dico subito che come il tape ha sostituito la pellicola, il film cinematografico; i DVD sostituiranno la carta, un supporto della comunicazione che sparirà. Come già avviene con i giornali: il Corriere della Sera e lo dicono i suoi stessi dirigenti, ha già oggi più lettori su Internet che non su quell’assurdo in versione cartacea preso in edicola.

 

Poi cominciando sempre dalle elementari numeriche non sarà più insegnata come prima lingua quella italiana ma quella inglese. Quella italiana è da tempo una palla di piombo: faccio un minimo esempio, gli articoli che in italiano sono il, lo, la, i, gli, le in inglese diventano the; uno al posto di sei. Poi ci sono le congiunzioni … Per farla breve: l’inglese occupa in mente e in testo un quinto del posto e si riducono anche le percentuali di errori. Non ci credete che l’italiano sparirà? Non si credeva nemmeno che sparisse il latino secoli fa. Fin quasi dal principio l’italiano è stata una lingua in putrefazione peggiore di molti dialetti, del siciliano ad esempio.

 

Ma ormai siete adulti e posso giungere in fondo. Fra cento anni l’inglese sarà sostituito dal cinese e la gente crede che scherzi. Il cinese è formidabile e sembra fatto apposta per le immagini digitali: non esistono lettere e vocali,  i cinesini per imparare a leggere e scrivere non devono fare i conti con le vocali e le consonanti che non esistono. Da noi l’alfabeto è fatto di 24 lettere che da sole non dicono nulla, in Cina sarebbero 24 figurine ovvero ideogrammi che equivalgono a circa 5.000 parole che con variazioni minime diventano 50.000. Dante ha scritto la Divina Commedia con 14.000 occorrenze: in Cina sarebbero bastati 500 ideogrammi, Avete mai vista la tastiera di un computer cinese? Nei tasti ci sono figurine che nel computer diventano digitali nell’uso. Quando un cinesino, e con enorme facilità, nel computer ha memorizzato anche solo 50 segni sa già leggere e scrivere un giornale. Succede ma non nel futuro,  già adesso, che a 14 anni un ragazzo cinese prende un titolo equivalente e tanto migliore, a quello di ingegnere rilasciato a 26 anni da un’università italiana. Il bello è che quelli del TG3 sono andati in Cina a fare un documentario su quella società lamentando la mancanza di diritti civili! E come se i pigmei dal centro dell’Africa fossero venuti in Italia a fare un documentario lamentando la mancanza delle banane. Sapete: i giovani cinesi pensano a quelli del nostro paese con tenerezza e compassione.

 

Ma lasciamo perdere questi discorsi che però sono utili per capire la  Fotografia Artistica Digitale e parliamo di immagini in genere. Da qualche anno hanno messo in giro la voce che l’80 percento delle opere d’arte del mondo si trova in Italia e i  fiorentini che sono italiani tre volte hanno precisato che l’80 percento di questo 80 percento si trova proprio a Firenze. Ho spiegato più volte che il 90 percento di questo 80 percento sono povere croste, ma nessuno mi crede poi dice: e il turismo? Il percorso della Galleria degli Uffizi è di una tristezza infinita: credo non esista espressione più spenta di quella di un turista giapponese che visita la Galleria. Ma torniamo alla fotografia artistica digitale: se già l’Italia per quanto riguarda la storia dell’Arte era malmessa, con l’avvento del digitale è precipitata nel baratro. La rivoluzione digitale ha portato di colpo in avanti la conoscenza  globale e iconografica possibile, disponibile, non mica di secoli ma di millenni: un’astronomica rivoluzione epocale! Se già la cultura dell’arte italiana era decrepita, ora una bella mattina i docenti si sono svegliati analfabeti! Ma il peggio riguarda le fotografie artistiche: avete mai letto che da qualche museo o galleria abbiano rubato un’opera d’arte fotografica, un’istantanea, che stava lì appesa come succede coi quadri? Mai! Nemmeno una  volta in un secolo: ora il furto dell’arte, poi denunciato e pagato dall’assicurazione, è l’unico documento concreto legale che la cosa rubata era appunto un’opera d’arte e non esiste, ripeto, altra prova concreta legale. Un tempo frequentavo i circoli fotografici e consigliavo di organizzare il furto dell’istantanea (preciso: da una mostra alla galleria Il Diaframma di Milano) per poter poi dire sul serio che la Fotografia può essere Arte, anzi lo è! Mai dato retta. Oggi con il salto epocale della Fotografia Artistica Digitale non c’è bisogno del furto: non solo è Arte ma lo è tanto che lo sono sempre di meno le altre immagini, quelle storiche chiamiamole. Anche perché esistono solo in quanto diventano Fotografia Digitale più o meno elaborata con Photoshop o qualcosa del genere.

 

E qui viene il bello! L’analfabetismo fotografico analogico è la norma: in Italia, anzi nel mondo, saremo una dozzina a sapere che tutte e sempre le fotografie su diapositiva di un quadro, anche le più attente e precise, sono una sua elaborazione; sono infedeli? È facile da provare: fotografate un quadro a olio con la massima cura in una buona diapositiva Kodak, che poi proiettata di fianco al quadro rivela quanto la “copia” sia cromaticamente diversa. Se poi la proiettate sul quadro l’infedeltà risulta oltre che nei colori nelle forme: i cerchi ad esempio sono diventati ovali, E l’infedeltà è tanto maggiore quanto minore è la distanza di ripresa del quadro. Ora se nei musei o gallerie le opere venissero cambiate di posto, la nuova guida, il nuovo catalogo sarebbe diverso dal precedente: di molto anche. Se poi cambiate pellicola i colori poi sono diversi e di tanto tanto… Fin qui niente di male se si sa e si dice, ma gli storici e i critici dell’Arte non lo sanno e nei testi parlano delle opere come se fossero appiccicate sulle pagine; ad esempio sotto la fotografia della Fornarina non scrivono fotografia anamorfica di Ando Gilardi prelevata dal basso e da breve distanza con pellicola XY dalla Fornarina di Raffaello illuminata con lampade ZX, ma scrivono come se fosse l’opera vera un loro acuto commento estetico parlando addirittura di luci e di ombre. E poi non firmano la figura nel testo Ando Gilardi ma Raffaello, e non dicono insomma che la storia illustrata dell’Arte non è una storia dell’Arte ma della fotografia dell’Arte.

 

Ancora una prova facile e divertente: prendete il disegno, lo scarabocchio di un bambino molto colorato e in una bella e limpida giornata di sole con un apparecchio digitale fotografatelo però non al sole ma all’ombra scoperta e meglio se in cielo si vede qualche nuvoletta  bianca. Prendete poi il file portelo in casa e con il calcolatore richiamatelo in video: lo vedrete bellissimo e anche meglio di come si vedeva all’aperto: bellissimo! Perché è illuminato, e mi ripeto, da dietro, alle spalle da una luce bianca tarata!!! E adesso paragonatelo al disegno del  bimbo visto anche bene, in casa, con  buona luce: la differenza è enorme, scusate se sparlo ma è quella che passa dal cioccolato alla merda. Addirittura? Addirittura! Ebbene da secoli chi visita i musei e le mostre… Insomma mi avete capito.

 

Io ho lavorato per anni a fare fotografie nei musei per una grande enciclopedia. Il grafico era un amico ma anche un fissato: voleva diapositive di almeno 9x12 cm o anche  13x18 cm, che poi metteva in pagina con dimensioni inferiori. Per fare allora diapositive così occorreva e non esagero un’attrezzatura del costo di cinque milioni pesante mezzo quintale: spaventoso. Mi difendevo fotografando in 35 mm, il cosiddetto formato Leica, che poi un  genio mi ingrandiva quanto volevo. In questo modo sono sopravvissuto benino però confesso che le figure sarebbero venute anche meglio se il fotoincisore, anch’egli un complice amico, fosse partito dal Leica. Ma adesso sapete cosa succede: che chi mi ha chiesto questo testo si è raccomandato di mandargli i file delle immagini di almeno 300 dpi, che sarebbe come chiedere diapositive formato 9x12 cm Ora io faccio prelevo e conservo solo files da 100 dpi e anche meno, ossia formato Leica, perché lavoro più svelto. Potrei schiacciando un bottone ingrandirle fino al formato 300 dpi cioè 13x18 cm e starmene zitto, ma sono vecchio e malato: se non ne approfitto per scrivere quello penso sarei proprio uno scemo.

 

Un’ultima rivelazione di un segreto mostruoso che divido con i bambini cattivi: se chiamo sul video del personal un’immagine da 70 dpi e al buio la fotografo con la piccola Coolpix, mi viene un file, ancora decente, da 300 dpi che posso mandare a Luca Pagni per farlo contento. Ma il tremendo segreto è un altro! Con le piccole divine Coolpix, ma anche certe piccole Canon, o addirittura con i fototelefonini avanzati, si può non solo fotografare dal video, meglio se dei portatili, le figure che voglio, ma anche riprendere spezzoni di film, di trailer così porno che di più non si può. Ahimè! È quello che fanno alcuni bambini terribili ai quali i parenti, forse incoscienti, hanno regalato a Natale calcolatori e Coolpix e fototelefonini. Ho letto la notizia che alcuni bambini terribili poi mostrano a scuola ai compagni, in cambio di una merendina, le brutte cose riprese e alcuni precipitano in basso davvero mentendo e dicendo che quella Tizia e la sorella più grande!

 

Ando Gilardi, Ponzone (AL) 1 febbraio 2007

 

 

 

 

 


FOTOGRAFARE - luglio 1985