Maurizio Costanzo intervista Franco Basaglia
 

 

 

A REGGIO EMILIA

IL VOLTO DELLA FOLLIA

Un secolo di immagini del dolore

 

L’APERTURA È FISSATA PER DOMENICA 6 NOVEMBRE 2005

L’ESPOSIZIONE SI CONCLUDERÀ IL 15 GENNAIO 2006

Nelle due sedi di Palazzo Magnani, e di Palazzo dei Principi di Correggio (RE),
500 immagini documentano gli ambienti e la vita all’interno degli ospedali psichiatrici.

 

Dopo la grande antologica dedicata ad Antonio Ligabue, Palazzo Magnani di Reggio Emilia torna a rivolgere la propria attenzione alla fotografia con la mostra “Il volto della follia. Un secolo di immagini del dolore”, in programma dal 6 novembre 2005 al 15 gennaio 2006.

Il volto della follia. Un secolo di immagini del dolore” presenterà, nelle due sedi espositive di Palazzo Magnani a Reggio Emilia e di Palazzo dei Principi a Correggio (RE), cinquecento fotografie che documentano gli ambienti e la vita all’interno degli ospedali psichiatrici.

La mostra, curata da Sandro Parmiggiani, è promossa dalla Provincia di Reggio Emilia e dal Comune di Correggio, in collaborazione con il Centro di Documentazione di Storia della Psichiatria, con il sostegno di Fondazione Pietro Manodori, CCPL Reggio Emilia, e Interacciai Reggio Emilia.

Il percorso espositivo si divide in quattro sezioni. Nella prima, si troveranno le foto scattate, tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento, ai ricoverati nel San Lazzaro di Reggio Emilia (il grande manicomio alla periferia della città, che arrivò a ospitare più di 2.000 persone) e quelle che documentano la vita e gli ambienti di questa “città della follia”, precedute dalle iconografie fotografiche de La Salpètrière (1876-1877) presenti nella Biblioteca del reggiano e dalle immagini che Vasco Ascolini ha riportato negli ultimi anni dai luoghi ormai vuoti e desolati dei manicomi, con le memorie di una vita di dolore.

Quindi, si incontreranno le foto prese, dal 1965 in poi, all'interno dei manicomi italiani, da vari fotografi, tra cui Luciano D'Alessandro, Gianni Berengo Gardin, Carla Cerati, Uliano Lucas, Ferdinando Scianna, Gian Butturini, Raymond Depardon, che diedero un contributo fondamentale allo sviluppo della sensibilità sul problema dell'esclusione e delle condizioni di vita delle persone rinchiuse nei manicomi.

La terza sezione vedrà protagonista la serie di foto scattate dopo l'approvazione della Legge Basaglia e la chiusura dei manicomi italiani, che documentano i tentativi, spesso difficili, di dare risposte alternative al problema dello squilibrio psichico, con particolare attenzione ai volti delle persone che vivono questa situazione e ai luoghi, ormai abbandonati, degli ex-manicomi, alla ricerca di tracce di presenze umane, attraverso le foto di Uliano Lucas, Roberto Salbitani, Enzo Cei, Philippe Tournay, John Darwell, Giordano Morganti, Marco Fantini, Ilaria Turba. In questa sezione si ritrovano le immagini scattate nell'ex-OPG (Ospedale Psichiatrico Giudiziario) di Reggio Emilia, ora di proprietà della Provincia, da alcuni fotografi come Bruno Cattani, Marcello Grassi, Kai-Uwe Schulte-Bunert, e le rielaborazioni pittoriche, su base fotografica, espressamente eseguite per questa mostra da Giovanni Sesia

L’esposizione si chiuderà con i fotoreportage realizzati in questi ultimi anni in vari Paesi dove i manicomi sono realtà tuttora presenti, e che ripropongono le situazioni disumane in cui tante persone sono tenute, con foto di Chanarin-Bromberg, Chien-Chi Chang, Alex Maioli, Anders Petersen.

All’interno del percorso saranno riservate delle sale dove verranno proiettati film e documentari sull’argomento, mentre a Correggio si terrà, nei giorni di apertura della mostra, una rassegna cinematografica sulla follia. Durante il periodo di apertura sono previsti incontri con alcuni degli autori dei testi in catalogo e dei fotografi che partecipano all'esposizione.

Un catalogo – edizioni Skira – di circa 350 pagine presenterà contributi, tra gli altri, di Daniel Sibony, Vittorino Andreoli, Eugenio Borgna, Cosimo Schinaia, Stefano Mistura, Carole Naggar, Silvana Turzio, Silvia Pegoraro, Davide Benati, Sergio Zavoli, Maurizio Chierici, Maria Grazia Pini, Verusca Fornaciari, nonché del curatore Sandro Parmiggiani.

 

Gallery Clicca sulla foto per ingrandire

Luciano D'Alessandro, Manicomio Materdomini di Nocera Superiore (SA), 1965, dalla serie Gli Esclusi

Gianni Berengo Gardin, Firenze, Istituto Psichiatrico, 1968

Gianni Berengo Gardin, Parma, Istituto Psichiatrico, 1968

Gianni Berengo Gardin, Parma, Istituto Psichiatrico, 1968

Enzo Cei, Mostra d?arte di lavori di degenti nell?ex manicomio di Maggiano (LU), 1997

Carla Cerati, Manicomio di Colorno (PR), 1968

Raymond Depardon, Manicomio di Collegno, (c) Raymond Depardon Magnum Photos

Uliano Lucas, Gaiato (Modena), Ospedale psichiatrico, 1975

Uliano Lucas, Parma, in una via della città,1984

Ferdinando Scianna

Giovanni Sesia, Senza titolo, tecnica mista, base fotografica su carta baritata, 2005, cm 240x180

Enzo Cei, Mostra d'arte di lavori di degenti nell'ex manicomio di Maggiano (LU), 1997

Interni del manicomio di San Lazzaro, Reggio Emilia; foto di Giuseppe Fantuzzi, inizi '900

Manicomio di San Lazzaro, Reggio Emilia; foto di Giuseppe Fantuzzi, inizi '900

Interni del manicomio di San Lazzaro, Reggio Emilia; foto di Giuseppe Fantuzzi, inizi '900

Interni del manicomio di San Lazzaro, Reggio Emilia; foto di Giuseppe Fantuzzi, inizi '900

Interni del manicomio di San Lazzaro, Reggio Emilia; foto di Giuseppe Fantuzzi, inizi '900

Ricoverati del manicomio di San Lazzaro, Reggio Emilia; foto di Emilio Poli, fine ?800. La foto veniva scattata il giorno stesso dell'ingresso del malato nell'ospedale psichiatrico

Ricoverati del manicomio di San Lazzaro, Reggio Emilia; foto di Emilio Poli, fine ?800. La foto veniva scattata il giorno stesso dell'ingresso del malato nell'ospedale psichiatrico

Ricoverati del manicomio di San Lazzaro, Reggio Emilia; foto di Emilio Poli, fine '800. La foto veniva scattata il giorno stesso dell'ingresso del malato nell'ospedale psichiatrico

Ricoverati del manicomio di San Lazzaro, Reggio Emilia; foto di Emilio Poli, fine '800

Ricoverati del manicomio di San Lazzaro, Reggio Emilia; foto di Emilio Poli, fine '800

Ricoverati del manicomio di San Lazzaro, Reggio Emilia; foto di Emilio Poli, fine '800

Luciano D'Alessandro, Manicomio Materdomini di Nocera Superiore (SA), 1965, dalla serie Gli Esclusi

Luciano D'Alessandro, Manicomio Materdomini di Nocera Superiore (SA), 1965, dalla serie Gli Esclusi

Vasco Ascolini, Ospedale psichiatrico S.Lazzaro, Reggio Emilia, 2000


Abbiamo incontrato Carla Cerati
alle Scuderie del Quirinale di Roma il 2 giugno 2004
in occasione dell'inaugurazione della mostra

"ITALIA, DOPPIE VISIONI"

(...con fotografie di Herbert List e Mimmo Jodice, Sebastião Salgado e Giorgia Fiorio,
Henri Cartier-Bresson e
Mario Giacomelli, Joel Sternfeld e Gabriele Basilico,
Paul Strand e
Gianni Berengo Gardin, William Klein e Mario Carrieri,
Martin Parr e Massimo Vitali, Roger Ressmeyer e
Antonio Biasiucci
Raymond Dépardon e
Carla Cerati, Ernst Haas e Luca Campigotto.)


 

Prima ho fatto la moglie e la mamma.

Nel 1960 dopo alcuni anni di matrimonio, ho cominciato a scrivere narrativa e romanzi, e a fotografare.

Ho iniziato come fotografa di scena a teatro, nel 1962 con “La compagnia dei quattro”,
di Franco Enriquez, Glauco Mauri, Mario Scaccia e Valeria Morioni.

Ero stanca di fotografare figli e amiche ed ho pensato di trovare nuovi stimoli dal teatro.

Al Teatro Manzoni di Roma era in scena la commedia “Niente per amore” di Oreste del Buono.

Gli ho chiesto il permesso per fotografare durante le prove dello spettacolo.

Dopo aver visto i provini, Oreste del Buono mi ha detto di aver bisogno di alcune foto per la stampa.

E così, di colpo, sono passata al professionismo, senza passare per la gavetta !!!

Successivamente ho lavorato per trent’anni con il teatro, pubblicando pochi libri fotografici.

Ho sempre mantenuto la duplice attività di scrittrice e fotografa,
ed in autunno (2004) uscirà il mio undicesimo romanzo che s’intitolerà “L’intruso” (Marsilio Editori, Venezia).

Ho pubblicato su "L'espresso" quando era di grande formato e dava un bel risalto alle immagini.
La fotografia, allora, non era un riempitivo ma era la protagonista.
Era una soddisfazione vedere le pubblicate le proprie immagini, belle e grandi.
Io ho lavorato molto sui giovani e sulla gente, iniziando con un servizio sulla scuola media e liceo pubblicato su "L'illustrazione italiana" - rivista fondata dall'editore-giornalista Emilio Treves (Trieste,1834-Milano,1916) nel dicembre 1873,
con il nome di "
Nuova Illustrazione Universale".
Sulla città di Milano ho un menabò di oltre 200 fotografie e magari ne farò un film.
 

Cosa l'ha maggiormente colpita dei mutamenti urbanistici e sociologici dagli anni '60 ad oggi ?
 

Io ho seguito molto i giovani, di varie classi sociali, a partire dalla classe operaia.
Nel periodo del boom edilizio ho fotografato molto nei cantieri.
Trovo che in alcune foto ci sia un'innocenza in questi muratori o imbianchini, anche giovanissimi, che non ho più riscontrato nel tempo. Una cosa che mi ha colpita nelle foto fatte nei cantieri era il piacere di essere fotografati, anche se poi i soggetti non ti chiedevano la foto... avevano piacere nel lasciarsi immortalare... una cosa curiosa! 
La gente è veramente molto cambiata. 
 

Negli anni '60 lei ha lavorato anche con "L'espresso"...
 

Uno dei primi lavori che ho realizzato per "L'espresso" era un'analisi sui giovani della borghesia italiana.
Localizzando una classe sociale che era la media-borghesia - dal popolare all'intellettuale - ho notato che i giovani del liceo classico erano diversi dai giovani immigrati che arrivavano a Milano in cerca di lavoro.
Erano profondamente diversi ! C'era proprio un modo di porsi, di vestirsi e di pettinarsi molto diverso.
Tutto questo mi ha sempre interessata, proprio dal punto di vista antropologico.

Come si è accostata a questi giovani ?
 

Io, fotografando, ho sempre cercato di non esserci nella fotografia.
Non ho mai chiesto la complicità del soggetto.
Ci sono fotografi che dicono "mettiti li che ti faccio una foto...", io lo detesto!
Io voglio passare inosservata.
Sono capace di aspettare ore per fare uno scatto, in modo che la scena sia il più naturale possibile.
Non volevo esserci e a me dava fastidio se dimenticavo il contenitore di un rollino, che entrava nella foto...
era una cosa che non sopportavo perché la mia presenza non doveva esistere!
 

Ma sapere di essere fotografati, per poi apparire su "L'espresso", non condizionava i suoi soggetti ?   
 

No !
Non mi chiedevano neanche dove sarebbe uscita la foto, non sapevano che facevo le foto, io scattavo e basta.

E per lei cosa rappresentava l'atto di fotografare ?

Per me fotografare era un modo per capire megli il mondo in cui vivevo.
Mi interessava l'evoluzione sociale, urbanistica e politica della città perché io ho sempre pensato che fotografare significasse esprimere delle idee e, per questo, io non credo nell'obbiettività dell'obbiettivo.
Io credo che attraverso l'obbiettivo posso dire la mia opinione.
 
Io ho lavorato per 10 anni sugli intellettuali spagnoli...
Ricordo che dopo la morte di Franco in Spagna (il Capo di Stato Francisco Franco muore il 20/11/1975) c'è stata l'incoronazione di Juan Carlos (il 22/11/1975 alle 12,45 Don Juan Carlos è nominato Re di Spagna) e ci hanno messi tutti in un pullman... eravamo 400 fotografi in una gabbia per galline.
Sono sicura che ciascuno ha realizzato una fotografia diversa, perché ognuno voleva dire una propria cosa.

Anche Franco Fontana duranti i suoi workshops mette gli allievi davanti ad un'unica scena e li invita a fare ognuno la propria fotografia...

Si fa presto a dire che è la macchina a fare la fotografia...
Sono l'occhio e la mente del fotografo che cercano e selezionano un'immagine piuttosto che altre.
 

 

 
Un esempio al proposito è dato da queste foto,
scattate allo stesso soggetto e nel medesimo contesto,
da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin, pubblicate alle pagine 70 e 71 del libro

<< PER NON DIMENTICARE - 1968 la realtà manicomiale di "Morire di classe" >>


cliccare sull'immagine per ingrandirla

 

 

 

E' stato difficile fare carriera in fotografia, essendo donna ?

 

No ! Quando ho cominciato io, nel '60, essere donna è stato un vantaggio.
Molti direttori di giornale avevano il preconcetto per cui una donna era più adatta a fare un certo tipo di reportage, ad esempio nella scuola, perché secondo loro una donna si muove con più garbo, fa meno rumore, ed è più psicologa rispetto ai colleghi uomini.
Questo mi ha aiutato solo per alcuni anni, anche perché ero l'unica donna fotografo a Milano.
Negli anni a seguire la concorrenza è aumentata e sono aumentati sia i fotografi che le fotografe.

 

Di fotografe donne come Carla Cerati, Giuliana Traverso, Shoba o Giorgia Fiorio, ce ne sono poche... 

 

Ho notato che quando c'è un confronto generazionale tra fotografi, come nel libro di questa mostra "ITALIA", i più giovani sembrano rinchiudersi in se stessi, mentre per la mia generazione la fotografia ha rappresentato un modo per rapportarsi con il mondo esterno.
Oggi la fotografia sta diventando qualcosa di molto solitario, come un occhio che guarda se stesso e si rinchiude.
Tante donne fotografe lavorano sulle immagini video e quindi fanno un'opera più introspettiva e concettuale, ma meno politica e d'assalto.

 

La difficoltà del fotografo a rapportarsi con gli altri è condizionata dal mutato concetto di privacy ?

 

Si è vero... ma problemi ne ho avuti anch'io con fotografie degli anni '60.
Mi è capitato di fotografare un suicidio, una donna che si è buttata dal quinto piano, proprio davanti a casa mia.
Era estate e non riuscivo a prendere il sole sul mio balcone di Milano, quando ho sentito un tonfo...
c'erano le macchine parcheggiate e non  capivo cosa era successo... mi ero immaginata tutta un'altra storia...
e quindi sono corsa fuori a vedere, con la macchina fotografica al collo, iniziando a scattare fotografie di questo cadavere... poi è arrivata la polizia che mi disse che non potevo fotografare, ma io avevo già fotografato.
A quel punto ci si pone un problema: ti censuri prima di fare le fotografie o ti censuri dopo ?
Io ho preferito censurarmi dopo, perché altrimenti bastava che decidessi di fare still-life in studio e niente altro.
...ho anche ricevuto telefonate dai parenti della vittima che mi pregavano di non pubblicare le foto ed io non le
ho fatte pubblicare. Passato qualche tempo ho utilizzato le foto in alcune mostre.
Rimane comunque il grosso problema etico di certe immagini, come quelle delle torture in Irak.
Qualche giorno fa, rimettendo in ordine una parte del mio archivio, ho trovato una lettera che avevo scritto al "Corriere della Sera" nel 1983/84 a proposito di un articolo di Giovanni Raboni che si indignava per una serie di immagini che erano state pubblicate.
Nella lettera io scrissi dicendo di capire l'indignazione, ma è grave che certe cose siano avvenute o il fatto che siano state documentate ? Sarebbe come dire che se non le documentiamo, non sono avvenute ?
Per me è giusto documentare.
Senza le foto delle torture in Irak, soprattutto ai danni di bambini, oggi non avremmo questa reazione violenta.

 

Questo, però, non le sembra ipocrita nei confronti dello Stato americano che accetta di presentare in diretta TV l'esecuzione di persone condannate alla pena di morte, con la sedia elettrica ?  

 

Si. C'è molta ipocrisia !
Io sono convinta che se le nostre fotografie sono servite ad aiutare Franco Basaglia per realizzare una legge per far chiudere gli ospedali psichiatrici, così come erano intesi allora, vuol dire che la forza di un'mmagine è ben diversa dai testi scritto. Le parole si possono smentire! Le immagini no!
A meno che una fotografia non sia stata manipolata, il fatto fotografato è comunque esistito.
Certamente è una nostra scelta quella di evidenziare alcuni aspetti a scapito di altri.

 

Mi viene in mente una foto di Tano D'Amico (nato a Filicudi nel 1942), dove una coppia naviga sul Tevere con atteggiamento sereno, curioso e affettuoso. Solo nella didascalia si legge che trattasi di  due ricoverati dell'ospedale psichiatrico romano S. Maria della Pietà, in gita sul Tevere nel 1978.  La loro vita non è certo solo questo. Ma presentando solo questa foto, si lascia intravedere solo un aspetto tra i tanti della vita asilare. 

 

 
Foto di Tano D'Amico, Le eternanee (ass.ne culturale TAM TAM )  © Ricoverati di S. Maria della Pietà in gita sul Tevere, Roma 1978

 

Ma da cosa si capisce che sono matti, in quella situazione ?
Io sono non sono stata interessata a fotografare gli ospedali psichiatrici dopo la loro apertura perché...
che cosa distingue un malato psichiatrico in libertà ? Cade l'interesse !
Se fai un lavoro di denuncia ha senso vedere il malato nella struttura repressiva che porta ad ulteriore sofferenza questo malato. Ci sono situazioni drammatiche che fuori dal proprio contesto non hanno significato.

Lei che cosa ha voluto denunciare, con il suo lavoro sulla realtà manicomiale ?
 

L'idea di partenza era la stessa che mi spingeva a fotografare il teatro: il palcoscenico della felicità.
Il fotografo è sempre alla ricerca di immagini forti.
Quando poi sono entrata in contatto con la realtà degli ospedali psichiatrici, ho provato un profondo senso di pena davanti a tanta sofferenza. La prima volta che sono entrata in un ospedale psichiatrico, è stata in quello di Gorizia, diretto da Franco Basaglia, dove non c'erano più le camice di contenimento, però c'era la miseria con gente ricoverata da cinquant'anni che non si rendeva più conto che non c'erano più i muri di recinzione ne le sbarre. Erano talmente condizionati , mi raccontava Basaglia, che anche durante la loro passeggiata, arrivavano dove una volta c'era un muro e tornavano indietro perché per loro il muro continuava ad esserci.

Vite distrutte negli ospedali  psichiatrici, con mezzi coercitivi
 

Facemmo la prima mostra fotografica, organizzata da Franco Basaglia a Parma nel 1968.
In coincidenza con la mostra ci fu un'imponente manifestazione degli infermieri precari, con un contratto a termine, che hanno sfilato per le strade di Parma indossando le camicie di forza, per richiamare l'attenzione della gente.
Gli stessi infermieri spiegarono che un operatore da solo, di notte, in un reparto di anche 70 malati agitati, non poteva tenere tutto sotto controllo senza le camicie di forza. Il loro lavoro era necessario e indispensabile per evitare questa coercizione.
A quanto ci dissero gli infermieri, i malati erano talmente abituati a vedere in loro degli aguzzini che ne avevano paura quando si avvicinavano.
Negli ospedali repressivi si usava la "strozzina" che era un lenzuolo bagnato e attorcigliato che veniva stretto al collo del paziente fino quasi a soffocarlo. Legavano i pazienti ai letti con le cinghie di contenzione... Erano cose terribili e per questo i degenti erano terrorizzati.      
 

Questo avveniva anche nell'ospedale di Franco Basaglia o li era diverso ?
 

Franco Basaglia aveva cambiato tutto, c'erano ancora malati sedati con gli psicofarmaci, però non erano legati e avevano le scarpe... In altri ospedali era una cosa terribile, con i malati senza biancheria, senza scarpe, con le camice di forza, per tre mesi senza levargliele e, quando le cambiavano, i malati erano pieni di piaghe sotto le ascelle ed era una cosa veramente terribile.
 

Questo servizio fotografico è nato perché Franco Basaglia ha ingaggiato Lei e G. Berengo Gardin ?

No, no siamo stati ingaggiati da Basaglia.
Nel 1967 Basaglia curò il volume "Che cos'è la psichiatria ?", nel 1968 pubblicò "L'istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico", con la casa editrice Einaudi. Tramite la casa editrice mi sono messa in contatto con lui e scoprii che stava cercando il modo di fare un libro fotografico sulle istituzioni repressive. E' stato felicissimo di questa combinazione ed ha aiutato me e Gianni Berengo Gardin ad entrare in vari ospedali.
 

Nel 1969 Franco Basaglia lasciò la direzione dell'Ospedale Psichiatrico Provinciale di Gorizia e, dopo due anni passati a Parma alla direzione dell'ospedale di Colorno, nell'agosto del 1971 divenne direttore del manicomio di Trieste, il San Giovanni, dove c'erano quasi milleduecento malati. Quando Voi entravate negli ospedali si sapeva chi vi mandava e si conoscevano le idee di Basaglia...
quindi il Direttore che vi lasciava entrare, sapeva che avreste fatto una fotografia di denuncia.
 

Non tutti.

All'ospedale psichiatrico di Firenze siamo entrati una volta sola, grazie all'aiuto di due psicanalisti Sergio Finzi e Virginia Finzi Ghisi. Il giorno dopo ci avvertirono di non tornare perché alla direzione dell'ospedale avevano capito che cosa stavamo facendo.  L'esperienza nell'ospedale psichiatrico di Firenze è stata per me quella più traumatizzante... ci dissero anche che eravamo stati fortunati ad entrare in luoghi dove avevano appena fatto le pulizie e, di solito, c'erano circa un metro di escrementi nei corridoi... era comunque terrificante vedere la sofferenza di queste persone...

A Ferrara non siamo riusciti a fotografare niente.
Perché il direttore ci faceva seguire a vista senza farci vedere niente.
Guardando poi la cartina topografica del luogo ci siamo accorti che non ci avevano fatto vedere interi reparti.

A Parma abbiamo fatto foto interessanti ma quando gli infermieri si sono accorti di cosa stavamo facendo, ci hanno chiesto la consegna dei rollini e qui è intervenuto Gianni Berengo Gardin che, essendo più sgamato di me, aveva preparato dei rullini vergini e gli ha dato proprio quelli, mettendo i rullini impressionati dentro un ombrello,
con il quale siamo usciti tranquillamente senza che nessuno si accorgesse di nulla.
 

Le vostre fotografie come uscirono la prima volta ?
Sul libro Einaudi, sui giornali o in mostre ?
 

Direttamente sul libro "Morire di classe" di Einaudi, a cura di Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia.
 

Credo che la frase gattopardesca "bisogna che tutto cambi perché tutto resti come prima" possa ben adattarsi alla reazione che certe istituzioni ebbero contro le innovazioni proposte da Franco Basaglia.
Come reagirono all'uscita del Vs. libro quelle istituzioni che ambivano a mantenere inalterato sia il proprio potere che le condizioni ospedaliere da gestire e da voi denunciate non più ammissibili ?
 

Non conosco la reazione delle istituzioni.
Io e Gianni Berengo Gardin ricevemmo un premio per quei reportage.
 

Chi operò la scelta finale delle fotografie da pubblicare ?

Le foto furono scelte direttamente da Franco Basaglia.

Ricordo inoltre che nell'ospedale diretto da Franco Basaglia, c'era tutti i giorni un'assemblea tra i malati ed i medici che tendevano a rendere autonomi i degenti meno gravi.
Franco Basaglia ci chiese di spiegare ai malati i motivi per cui volevamo fotografarli, chiedendo il loro consenso.
Io e Gianni spiegammo loro quello che intendevamo fare e che volevamo anche aiutarli ad uscire da una situazione difficile. Alcuni malati sottolinearono il fatto che noi avremmo guadagnato dei soldi dalle loro immagini
e che dunque volevano dei soldi anche loro. Noi li invitammo a farci una proposta e loro ci chiesero una cifra minima, tipo 30-40 mila lire che noi gli abbiamo subito dato. Dopo di ché loro si sono lasciati fotografare.
Dunque per le foto avevamo il consenso dei malati.
 

I soggetti però, sapendo di essere fotografati, non si mostravano per come loro volevano apparire,
mascherando  la cruda realtà di tutti i giorni ?
 

Alle assemblee partecipavano solo i malati quasi autonomi,  in grado di andare a vivere in case-famiglia, una volta usciti dall'ospedale.

Noi siamo stati liberi di fotografare dove e come volevamo e nell'ospedale di Basaglia, come lui stesso spiegava, ci finivano solo i poveri perché i ricchi andavano nelle cliniche private.

Da qui il titolo "Morire di classe".

La cosa palpabile era la miseria.

La miseria dei muri e delle toilette c'era anche nell'ospedale di Basaglia, dove lui era attento che i malati non fossero martirizzati ma c'era una carenza istituzionale pazzesca.

Allora vigeva una legge per cui se una persona era ricoverata in un ospedale psichiatrico per più di 15 giorni, gli veniva scritto sui documenti "Pericoloso a se e agli altri", ed era marchiato lui ed i suoi discendenti.

Basaglia per aggirare questa sorta di marchiatura, teneva i degenti per 14 giorni, poi li rimandava a casa per un giorno, e successivamente li riaccoglieva... in modo che non avessero scritto sui documenti che erano stati detenuti in un ospedale psichiatrico.
 

Negli ospedali, oltre ai malati, c'erano anche persone sane non accettate dalle proprie famiglie ?
 

Si. Una persona che era ricoverata subiva vere e proprie torture, era sottoposta a vari mezzi di costrizione e doveva ingerire psicofarmaci in continuazione, per cui anche se non era malato ci poteva facilmente diventare.

Gli infermieri di Parma, durante una manifestazione, hanno fatto vedere come venivano legati al letto i malati,
e ricordo che uno di loro pur sapendo che gli era stata messa una camicia di forza non stretta, a puro scopo dimostrativo, ha avuto una crisi isterica. 
 

Avete fotografato i degenti solo quand'erano negli ospedali o anche quando ne sono usciti,
magari per documentare le difficoltà del loro adattamento alla vita normale ?
 

No. quello lo hanno fatto altri fotografi ed a me non interessava, anche perché è normale che nell'arco di una giornata una persona possa avere qualche espressione da ebete e, se mostrassimo solo quelle, equivarrebbe a marchiare quella persona come un matto... ma come si fà...
 

Cosa pensava Basaglia della mancanza di quelle strutture atte a riabilitare un ospedalizzato,
facendolo rientrare ed reintegrare nella società ? 
 

Basaglia ha concepito le "case famiglia".

Agostino Pirella ha formato case famiglia ad Arezzo, dove molti ex internati si gestiscono autonomamente la propria vita, avendo formato specie di famiglie dove uno soccorre l'altro.

Il dramma delle strutture psichiatriche è che, una volta che sono state chiuse, tutti i problemi dei singoli degenti sono ricaduti sulle famiglie che, naturalmente, non sono sempre in grado di affrontarli in maniera adeguata, anche per mancanza di formazione e mezzi specifici.

A questo proposito Basaglia avrebbe voluto dare un appoggio alle famiglie.
 

Lei ha fotografato solo in Bianco e Nero o anche a colori ?
 

La mia generazione è cresciuta con il bianco e nero. Io penso che nelle foto drammatiche e di guerra il colore sia una stonatura, mentre il bianco e nero si adatta meglio a rappresentare la drammaticità degli eventi.
 

Voi avete fotografato individui con delle caratteristiche fisiognomiche che denotavano una diversità del soggetto che era quindi di per sé fotogenico, nel senso che attirava l'attenzione su di sé anche senza essere rappresentato in bianco e nero. Cosa risponde a quanti  potrebbero pensare che fotografare un persona palesemente diversa, faciliti il lavoro del fotografo.
 

Beh. Dipende sempre da come il soggetto viene fotografato.
Io non lo sò se è giusto pensare che qualcuno possa fotografare il "diverso" perché è più facile.
Forse lo fanno perché essendo meno consueto è più interessante.
Poi bisogna vedere la profondità di chi fotografa perché con lo stesso apparecchio si possono fare sia foto banali che foto belle. 
Io ho fatto una mostra a Paternò in Sicilia intitolata "scena e fuori scena", con un bel catalogo edito da Electa.
(La mostra è stata allestita alla Galleria d'arte moderna dal 19 ottobre al 30 novembre 1991, n.d.r.)
Guardando il ritratto che avevo fatto ad Eugenio Montale in casa sua a Milano, mi era sembrata una foto di scena, perchè c'era un anziano signore su una poltrona, in un bell'ambiente, con una pianta di incisa (Artocarpus communis = incisa o albero del pane, n.d.r.) dietro, e sembra un'immagine ripresa sul palcoscenico.
Da questa constatazione mi è venuta l'idea di operare un raffronto tra immagine di teatro ed immagini reali,
anche per vedere qual'era la più falsa, la più teatrale.
Io ho fotografato grandi semiologi e psicanalisti ad un convegno di semiologia a Milano, raffrontando le foto di due attori ripresi a Sant'Arcangelo di Romagna nel teatro in piazza, con due grandi psicanalisti. Non si capisce quali siano più pazzi o bizzarri. Non si capisce se la foto più reale sia quella degli psicanalisti o quella degli attori.
Partendo da questa idea ho continuato a fotografare e raffrontare la realtà e scena.
Ed è un lavoro che mi è piaciuto tantissimo.

Avete avuto problemi per esporre le vostre immagini a Parma ?
 

No. Io non ne ho mai avuti.

Devo dire che quando Basaglia ha messo in piedi questa mostra negli ex gabinetti pubblici a Parma, insieme con l'assessore Tommasini che ci ha fatto fotografare l'occupazione del manicomio di Colorno, era un ambiente squallidissimo piastrellato di bianco, vecchio, decadente...

Erano stati convocati pure gli infermieri e nessun parente dei malati venne a vedere la mostra, perché la malattia mentale era vissuta come una vergogna...
 

Oltre a "Morire di classe", quali sono i suoi lavori più conosciuti ?
 

I nudi femminili.(si veda il libro "Forma di donna" con 34 fotografie di Carla Cerati,  Milano,  Mazzotta, 1978).

A "Mondo coktel" dedicato ai vernissage e alle inaugurazioni di mostre, dove tutti sono con i bicchieri in mano, e dove qualcuno si pianta davanti al buffet con tanto di borsa in mano. Allo studio Marconi di Milano ho visto una forma di Grana sparita in pochi minuti, i visitatori sembravano delle cavallette affamate e sarebbe stato interessante riprendere con una cinepresa la disfatta della forma di formaggio.
 

Lei ha mai insegnato a fotografare ?
 

No. Mi hanno proposto di fare stages di nudo a Santa Maria al Bagno, in Puglia, ma non è stato possibile avere una modella disposta a posare nuda perché nel gruppo di corsisti c'era qualche maschio. Per questo avevano la pretesa che facessi un corso di nudo con un manichino da vetrina. Mi sembrò impossibile e facemmo tutt'altro.
 

Lei oggi non racconta più con le immagini ma con la parola, ed è una scrittrice affermata...
Cosa accomuna o differenzia la narrativa alla fotografia?
 

Con la macchina fotografica non puoi raccontare il passato ma solo il presente.

Con la scrittura puoi scavare nella memoria, puoi inventare e puoi ricostruire, cose impossibili con la fotografia.
 

Ma ci sono i set fotografici e perfino Romano Cagnoni ha fatto posare soldati in guerra,
per cui non si capisce più molto bene quale sia la loro immagine reale...
 

A me non interessano i set che comunque ricostruiscono il presente ma non possono rievocare il passato.

Con la fotografia si può ricostruire o reinventare una realtà, ma questo è diverso dal documentare una realtà.

Se io potessi rievocare il fantasma di mio fratello, morto a nemmeno quarant'anni, e fotografarlo come sarebbe oggi, allora sarebbe una cosa interessante.
 

Come e quando è passata dalla fotografia alla narrativa ?
 

Il mio primo libro l'ho scritto dopo la morte di mio fratello a cui ero molto legata.

Quello che racconto nel libro non lo avrei potuto raccontare con fotocamera perché lui non c'era più.

Questa è la diversità... Io ho potuto ricostruire sensazioni, ricordi, sofferenze, malintesi....

Perché ho iniziato a scrivere ?
Perché io scrivevo già da ragazzina ed il mio primo romanzo l'ho cominciato a dieci anni.
Poi rileggendone le prime pagine mi annoiavo e pensavo a quanto si sarebbero annoiati gli altri, e lo abbandonai.

Tutti noi abbiamo tenuto un diario...

No. Io non sono mai riuscita a tenere un diario...
Nei momenti più amari ho magari scritto qualcosa, ma non un diario continuativo.

Quanto il suo essere scrittrice è stato influenzato dall'essere stata una fotografa ?

C'è gente che dice che io scrivo in maniera visiva...

 

 



Carla Cerati racconta Franco Basaglia
 

 

 

 


Franco Basaglia
(Venezia11 marzo 1924 – Venezia29 agosto 1980)
 è stato uno psichiatra italiano, rappresentante famoso della psichiatria italiana del Novecento.

A lui si deve l'introduzione in Italia della "legge 180/78", dal suo nome chiamata anche Legge Basaglia,
che introdusse una importante revisione ordinamentale sui manicomi
e promosse notevoli trasformazioni nei trattamenti psichiatrici sul territorio.

 

 


"I protagonisti della scienza" - Franco Basaglia (1/2)

 

 

 

 
"I protagonisti della scienza" - Franco Basaglia (2/2)


 


Legge Basaglia - prò e contro
 

 


 

 

 

Segnalazione © Luca B. Pagni, Roma dal 4 ottobre 2005