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Testi » Eventi » Scheda Articolo

Il fotogiornalismo dalla pittura alla pubblicità.
Autore: Fulvio Bortolozzo - Pubblicato il 17/02/14 - Categoria Eventi
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Nella scelta degli autori premiati quest'anno dalla giuria del World Press Photo si  notano alcune importanti novità che penso potranno avere un'influenza notevole sul relativamente piccolo mondo degli addetti ai lavori.

A cominciare dalla fotografia classificatasi prima assoluta e realizzata da John Stanmeyer. Si tratta sempre di un'icona, una vera e propria "cover" del WPP 2014, ma non più, come nelle ultime edizioni, ottenuta sulla falsariga della tragedia trasformata in pittura antica o cattiva pittura digitale. Stavolta il mondo di riferimento sembra essere quello della comunicazione pubblicitaria o publiredazionale. E non è l'unico caso tra le foto vincitrici.

C'è qualcosa nel meccanismo di selezione, ben descritto da Alessia Glaviano in una sua testimonianza diretta come giurata e  pubblicata su Photo Vogue, che forse spinge in questa direzione. Alessia Glaviano scrive: "Il primo round prevede la proiezione delle circa 20.000 immagini che compongono le 4 categorie; ogni fotografia resta sullo schermo pochissimi secondi: in questa fase non è possibile avere le didascalie e mai nemmeno alla fine sarà noto il nome dei fotografi che hanno realizzato le immagini. Affinchè una fotografia singola o una storia passi il primo turno, è sufficiente che uno dei giurati dica IN". Quindi tutte le fotografie che concorrono debbono avere un prerequisito di, chiamiamola, "forza visiva", al di là di quale sia il motivo che ha spinto il fotogiornalista a realizzare proprio così quell'immagine. Inevitabile quindi che a prevalere sia l'icona. Solo un'immagine ben studiata formalmente per passare in pochi secondi nella mente di chi la guarda può superare questo esame. Si dirà che in fondo è quello che capita quando si sfoglia un periodico o si naviga sul web: "Dillo forte e chiaro, dillo in modo da colpire, non importa come, non stare lì a pensarci su troppo, o peggio, a pretendere che chi guarderà la tua fotografia debba metterci più di qualche secondo per entrarci dentro". Sì, però proprio questo adeguarsi primariamente alla modalità più superficiale di visione, puramente istintiva, continua a condizionare la "strategia vincente" per un fotografo che ambisca ad essere premiato in un concorso così congegnato. In questo modo l'informazione può passare solo se la vetrina comunicativa allestita dal visivo è in grado di veicolarla. Ma questo approccio non è quello dell'approfondimento, della ricerca, non premia il rischio di studiare modi innovativi di informare anche rinunciando alla seduzione di primo acchito come arma visiva fondamentale. Questo approccio premia il modello pubblicitario di comunicazione. D'altronde, è anche vero che oggi gran parte delle riviste a questo si sono ridotte: essere contenitori piacevoli per gli inserzionisti. Quelli che pagano gli stipendi alla fine della fiera, e che non tollererebbero di mettere pubblicità su riviste pensate per lettori che desiderino davvero informazioni, riflessioni, approfondimenti ben fatti: poche le copie vendute e a gente poco incline a consumi acritici. Anzi più la rivista rende indistinguibile formalmente dove finisce l'articolo e dove inizia l'inserzione, meglio è. Tutto viene sfogliato, e bevuto, allo stesso livello, rafforzando l'effetto pubblicitario.

Ecco, secondo me, qual è il pericolo di omologazione che intravedo in questi approcci formali: la indistiguibilità concettuale di una fotografia d'informazione da una fotografia pubblicitaria. Con il pessimo risultato di azzerare ogni confine nella mente di chi riceve le immagini, ingenerando confusione e insicurezza sul contenuto che viene ricevuto. Se tutto è pubblicità, niente è davvero affidabile, perché si sa, la pubblicità deve sedurre, convincere, evocare, indirizzare, condizionare, tutto meno che informare correttamente su come stiano davvero le cose.
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