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La vita autonoma delle immagini - La foto del Che
Autore: Dario Palomba - Pubblicato il 04/04/14 - Categoria Riflessioni
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 Alvaro Vargas Llosa racconta che in Argentina i ragazzi, quando mettono una di quelle t-shirt con la faccia del Che, spesso dicono "Tengo una remera del Che y no sé por qué" (Ho una maglietta del Che e non so perché).

 La vita autonoma delle immagini comincia da quello che sembra un incipit di una filastrocca sudamericana.

 Naturalmente non solo in Argentina i ragazzi mettono la maglietta del Che senza sapere perché. In tutto il mondo la famosa icona del Che è ormai dappertutto e poca gente sa chi era il Che e cosa ha rappresentato per l'America Latina e non solo. Il Che è ormai un brand e il logo di questo brand è l'immagine che rappresenta il cambiamento, il pensiero pacifista, ecologista, anti globalizzazione, rivoluzionario ma anche quello che vuole anche solo rimandare a tutto ciò.

 Il viso del Che lo troviamo ormai nelle vie delle città palestinesi, nelle boutique di Parigi, riprodotto da Andy Warhol o tatuato sul braccio di Maradona.

 La fotografia originale fu scattata in un momento drammatico e denso di pericoli all'inizio del secondo anno della rivoluzione cubana.
Cercando di prepararsi all'invasione americana che tutti aspettavano, il regime di Castro aveva ordinato un carico di armi che arrivò a Cuba a bordo della nave francese La Coubre. La nave esplose nel porto dell'Avana il 4 marzo 1960 mentre era ormeggiata e pronta a scaricare. L'equipaggio e 75 scaricatori cubani rimasero uccisi e altre 200 persone ferite. Enormi furono i danni agli impianti del porto.

 Per i cubani, la tragica esplosione ricordava la distruzione della corazzata americana Maine nel medesimo porto nel 1898, un'esplosione che uccise 258 marinai ed innescò l'invasione di Cuba da parte degli Stati Uniti nello stesso anno. Forse questo nuovo disastro presagiva un altro attacco americano? Ed era sabotaggio o incidente?
 Nessuno lo sapeva, ma alla cerimonia funebre per i lavoratori portuali caduti, tenuta il giorno dopo, Fidel Castro disse subito che era opera degli americani.

 Sul palco improvvisato accanto a lui c'erano Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir e dietro, con una giacca con la zip, arrivato in ritardo, quello che li aveva invitati a Cuba, Che Guevara, il viso serio, pensoso, forse preoccupato.

 Alberto Korda, fotografo che allora lavorava per il giornale Revolución, ricordando gli eventi in un'intervista a Jorge Castañeda, racconta: "il Che non era visibile, era in piedi sul retro della tribuna, ma per un attimo ci fu un vuoto in prima fila, e sullo sfondo apparve la sua figura. Inaspettatamente entrò nel mio mirino e scattai la foto in orizzontale. Subito mi resi conto che l'immagine era quasi un ritratto, con il cielo chiaro dietro di lui. Dopo ne feci un'altra in verticale per sicurezza".

 Il ritratto fu pubblicato l'anno dopo come immagine di un manifesto che annunciava una conferenza del Che a Cuba. Poi rimase dimenticato nello studio di Korda, attaccato ad una parete.

 L'8 Ottobre del 67 Che Guevara fu colpito e catturato durante un combattimento in Bolivia ed il giorno dopo fu ucciso.
 Jim Fitzpatrick un grafico irlandese di sinistra vide su Stern l'immagine, a corredo della notizia, e decise di modificarla realizzando la versione a due colori. L'anno seguente (1968) Giangiacomo Feltrinelli, editore e rivoluzionario, in visita a Cuba, decise di acquistare i diritti dei diari boliviani del Che e di utilizzare la famosa foto (che gli era stata regalata da Korda) per la copertina del libro.

 Il 68 in Europa era scoppiato e la foto cominciò ad essere utilizzata in tutte le manifestazioni studentesche contro la guerra in Viet Nam, sia nella versione originale, sia in quella modificata da Fitzpatrick.

 Esplose sulla scena internazionale, in un momento molto particolare, quando la nuova onda della Pop Art, i cui esponenti tra l'altro progettavano le immagini legate al mondo della musica, dilagava in tutto il mondo occidentale. Bob Dylan, i Beatles e altri gruppi rock commissionavano ad artisti pop le copertine dei loro dischi. La foto del "Guerrillero Heroico", la copertina di "Sergent Pepper's lonely hearts club band" e le serigrafie seriali di Andy Warhol di Marilyn Monroe, Mao Tze Tung e del Che diventarono icone di un'epoca.

 Ormai lontana ai giorni nostri dalla politica, l'immagine del Che è largamente percepita come un accessorio moda, il logo sulla t-shirt o sulla borsa del personaggio famoso. Ormai normalizzata, l'immagine rappresenta il mondo giovanile, la tendenza, la (esibita) trasgressione.

 La foto del Che è sfuggita dalle mani e dall'intenzione di Alberto Korda e di colui che raffigura, ha una sua autonomia legata ad una sorta di intelligenza. L'immagine si è scelta una sua vita autonoma, decide come apparire, cosa significare, cosa comunicare. Non è certamente il frutto di un sortilegio. Si tratta di un "azione" di qualcosa che per definizione non dovrebbe agire.
 Ma se facciamo attenzione, questo "comportamento" non è solo proprio della foto del Che. Tutte le fotografie, molto più che l'opera d'arte, una volta prodotte, sono per l'autore come figli a cui si dà la vita. Quando passa il tempo si distaccano, cominciano ad essere autonomi, interagiscono con le persone con cui vengono a contatto, provocano emozioni, reazioni differenti in ognuno a seconda del momento e del carattere.

 La foto di una persona cara viene guardata con affetto ma appena questa persona non c'è più, il dolore prende il posto dell'affetto. Non è qualcosa che riguarda il rapporto, la persona ma la sua immagine.
 Allo stesso modo se guardiamo l'immagine di un bel paesaggio la nostra reazione cambia a seconda se sappiamo che quel paesaggio esiste ancora o è stato alterato.
 L'immagine è un feticcio nel mondo attuale.

 Enrico Comba alla voce feticcio dell'Enciclopedia Treccani descrive questo tipo di oggetto simbolico:
 "Oggetto fabbricato, costruito o per lo meno scelto, separato a opera dell'uomo, esso diviene qualcosa di indipendente dalla volontà del suo produttore: dispone di un potere, di una forza, di una vitalità specifici. È al tempo stesso un oggetto dalle proprietà particolari e qualcosa di indecifrabile e di potente che va oltre l'oggetto; dimostra la capacità umana di produrre il proprio mondo culturale, le proprie immagini di culto, i propri dei, ma insieme ne rivela anche i limiti, perché ciò che è fatto dall'uomo può assumere un'autonomia propria; gli oggetti possono acquisire qualità analoghe a quelle degli esseri viventi e rimandare, per ciò stesso, a una dimensione che si pone al di là delle possibilità umane di controllo e di manipolabilità."

 Già nell'Ottocento accanto agli studi che tendevano a indagare il feticismo come forma di religione primitiva, altri autori mettevano in luce il suo rapporto con la realtà dell'uomo contemporaneo.
 Karl Marx ad esempio introduce la nozione di feticismo delle merci, di cui osserveremo qui soltanto il suo legame con la materialità.

 Oggi, in piena epoca dei media, possiamo osservare che la fotografia è diventata un feticcio. Qualcosa che, una volta creato dall'uomo, assume un'autonomia propria acquisendo caratteristiche proprie degli esseri viventi e rinviando ad una dimensione che è oggettivamente al di là delle possibilità umane di controllo.

 Dario Palomba

 Questo articolo è stato pubblicato su minimaphotographica.it

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