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Testi » Fotografia & Dintorni » Scheda Articolo

Le tracce del disagio, l'obiettivo della memoria
Autore: Giacomo Saviozzi - Pubblicato il 28/07/08 - Categoria Fotografia & Dintorni
Gradimento: Molto Interessante
Questa pagina è stata visitata 4833 volte

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Ripercorrendo le “strade” della follia è come camminare per un sentiero lastricato di dolore e urla strazianti. I padiglioni fatiscenti nel mio libro L’interruttore del buio. Un reportage fotografico a trent’anni di distanza dall’approvazione della 180, ancora pregni del fetore di urine e feci, trasudano le lacrime di chi ha subito le inumane terapie elettriche. Il manicomio è stato per quasi un secolo, un luogo, ma sarebbe meglio dire un “non luogo”, dove venivano dimenticati uomini e donne per la sola colpa di essere malati. Essere poveri, “mentecatti”, anarchici, poeti, dissidenti, figli illegittimi, disabili, e infine folli ha significato spesso “scomparire” nell’ombra, nascosti alla vista di chi è stato fagocitato dalla logica perversa: “se sei in grado di produrre sei sano, se non sei in grado di produrre sei malato”. Così come ricordavano Gianni Berengo Gardin e Carla Cerati nel libro Morire di classe un’ lo anni Berengo Cardin e la intera classe sociale, quella proletaria e sottoproletaria: contadini e analfabeti avevano un triste destino se “contagiati” dall’epilessia, dall’insonnia, dall’ “eccitamento maniaco”, quello di scomparire, morire, all’interno di un alienante sistema.

Camminando tra lo scricchiolio dei calcinacci, nel rimbombo delle camerate vuote, osservando le tracce sui muri, ti accorgi che quei luoghi hanno vissuto tutti gli orrori del nostro tempo. È come entrare in un lager: la prima sensazione che ti pervade e ti ferisce è la netta presa di coscienza che, li, l’uomo abbia espresso il peggio di sé.

Vagando cerchi nuovi riferimenti a cui aggrapparti. Spesso anche un Cristo divelto dalla parete e alloggiato su un porta-saponetta, con il volto bruciato, diventa l’icona di un nuovo mondo. Si ribaltano concetti semplici ed elementari. Non esiste più famiglia, la corrispondenza è negata, l’esterno diventa sempre più un concetto astratto. Molto spesso anche vedere il sole diventa un evento. Le parole d’ordine sembrano essere: mutare, uniformarsi, alienarsi. Il silenzio che pervade il manicomio deserto è assordante. È un silenzio che ti obbliga a riflettere e a porti domande. Ti rendi conto di quanto i confini tra il “normale” e il “matto” siano labili, e di come sia semplice varcarli. Quanto triste e inesorabile sia il cammino verso la “guarigione”. La prima cosa che si percepisce varcando un massiccio portone d’ingresso di un qualsiasi manicomio è il buio e il freddo. Buio non solo perché l’abbandono, la mancanza di energia elettrica non permette l’illuminazione… si tratta di un buio interiore oltre che fisico. Un buio che sembra quasi di poterlo toccare. Il freddo ti entra dentro anche d’estate. Non occorre aver studiato ciò che accadeva; perfino nella più totale ignoranza è evidente, netto, ciò che rappresentava quel luogo.

A trent’anni di distanza credo sia necessario e, in qualche misura obbligatorio, ricordare e interrogarsi nuovamente su ciò che è stato e su ciò che non dovrà più essere. Spesso sull’onda delle notizie di cronaca, i mass media ripropongono come unica e inesorabile soluzione alla “follia” la riapertura dei manicomi. La legge 180 che invece ha “aperto” i cancelli è una grande conquista sociale che molto spesso è rimasta disattesa.

Guardando le immagini dei manicomi, dove la presenza umana era dolorosamente ritratta, ho cercato di raccontare la mia storia anche senza la presenza fisica dell’uomo. Si avverte però costante, perfino nella desolazione, la vita dei malati: nei segni sui muri, tratti ripetuti in un ossessiva sequenza; nei letti in ferro, massicci, rugginosi, tristi; nelle scarpe che di tanto in tanto ho incontrato ancora ordinate sugli scaffali; nelle camice di forza… È ancora possibile “leggere” i volti e le gesta di chi quei luoghi li ha abitati: Pasqualino, Lolita, Alessandro, Lodovico sono alcuni dei nomi che ho incontrato tra le schede cliniche abbandonate, che hanno acquistato un volto, un’identità.

Attraverso i miei scatti ho cercato un passato che non ho vissuto e che ho voluto raccontare soprattutto alla mia generazione, affinché l’orrore del manicomio diventi un monito.

articolo di Giacomo Saviozzi tratto dalla rivista: nuoveartiterapie

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