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Immacolata concezione fotografica
Autore: Redazione - Pubblicato il 01/09/10 - Categoria Fotografia & Dintorni
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Il 28 agosto si è aperto Visa pour l’Image, noto festival di fotogiornalismo di Perpignan.
Che la professione sia in crisi è un dato di fatto, tanto che in Francia lo stesso Frédéric Mitterrand, ministro della cultura, va promettendo fondi pubblici a sostegno di questo tipo di informazione. L’editoria arranca e capita sempre più spesso che i servizi siano commissionati dalle Ong, ci si confronta coi nuovi media (vedi iPad) e si fa ancora una volta il punto della situazione su un mestiere che sta cambiando.
Fra gli appuntamenti in calendario, è previsto, il 3 settembre, un dibattito su etica e deontologia ed è a questo proposito che il direttore del festival, Jean-François Leroy, dà del suo meglio scagliandosi contro il “falsogiornalismo” dell’era digitale. Leroy dice di “diventare pazzo a vedere il massiccio ricorso a Photoshop” di questi tempi e consiglia alle giurie di “fare attenzione”.
Giurie che finiscono per rifugiarsi nella prova del raw, che ieri era quella del negativo.
In molti avrete letto di Stepan Rudik, terzo classificato nella sezione sport all’ultimo World Press Photo con “Street Fighting, Kiev Ucraine” e successivamente squalificato perché reo di aver tagliato un piede. No, non per “costruire” un finto invalido, ci riferiamo al piede di un soggetto in secondo piano che faceva capolino proprio al centro della foto (ritagliata, ma questo è considerato lecito). In pratica il fotoritocco deve essere conforme “agli standard comunemente accettati nel settore” (?).  



Sempre Jean-François Leory racconta di aver recentemente visto un ottimo lavoro sull’Afghanistan, ma che “senza l’uso dei filtri di Photoshop sarebbe stato ancora meglio”. Solo a noi questo suona più come un giudizio di valore che come una personale e legittima opinione?
Quello che non capiamo è tutta questa paura del digitale “a prescindere”, quando basta il buon senso a sancire che etica e senso della responsabilità dovrebbero essere le premesse stesse al fotogiornalismo. Ingenuo pensare si stia parlando solo della condanna (ovvia e sacrosanta) del ritocco disonesto, fazioso e volutamente fuorviante; quella messa in discussione ci pare essere l’elaborazione tout court dell’immagine come se i reporter non croppassero e ritoccassero le loro foto dagli albori della fotografia. Come se esistesse una foto di immacolata concezione, sulla quale le scelte del suo autore, a partire dal momento stesso dello scatto, non abbiano alcuna influenza. 
Davvero chi si occupa di fotogiornalismo deve rinunciare a sviluppare un proprio linguaggio espressivo? E perché allora quest’anno il Visa Pour l’Image mette in programma, in tre date diverse, un incontro con Paolo Pellegrin che presenta i suoi lavori degli ultimi 10 anni? Credono forse che la sua fotocamera produca le immagini così come le vediamo stampate? In pratica è stato scelto uno degli esempi in assoluto più felici, a nostro parere, di connubio fra giornalismo e ricerca estetica.
In calendario vi segnaliamo anche vari seminari dedicati a software per la fotografia: passi per riduzione del rumore, correzione lente… ma hdr e altri strumenti “extended”, citati in programma, avevamo capito facessero parte dell’esercito dei “cattivi”…

A onor del vero questa crociata raccoglie ovunque adesioni. Come ricorda il British Journal of Photography, prima di Leroy, Roberto Koch, in occasione degli ultimi Sony World Photography Awards – dove era presente in qualità di giurato per la sezione “Photojournalism and Documentary” – ammoniva i reporter a non produrre immagini volutamente destinate a vincere concorsi piuttosto che a comparire sulla stampa facendo l’esempio di Pietro Masturzo (il suo servizio realizzato in Iran è stato pubblicato solo dopo aver vinto il World Press 2010). Certo, nella stessa sede, il direttore di Contrasto aggiungeva che lo strapotere di poche, grandi agenzie internazionali, unito alla recessione dell’editoria, rende davvero dura la vita dei fotografi, specie se indipendenti, tanto da fare dei concorsi stessi un’alternativa fonte di guadagno.
Ergo?


Arianna De Micheli


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