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Ritratti svelati
Autore: claudia rocchini - Pubblicato il 02/07/11 - Categoria Tutorial
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Ritrarre una persona vuol dire cercare di catturarne l’anima. Ecco come stabilire un rapporto con il soggetto per andare oltre la superficialità.

Cosa ci colpisce di una persona che decidiamo di fotografare? Generalizzando, sono tre le risposte possibili: la realtà palese, il suo mondo nascosto, e un mix tra le due opzioni. Ma cosa ci spinge a scattare una fotografia in un modo piuttosto che in un altro, un momento prima o uno dopo? La relazione che, consciamente o meno, instauriamo con il soggetto. Ancora qualche domanda. Quanti di noi sono consapevoli dei meccanismi che scattano tra fotografo e soggetto, e della loro importanza? E quanti si sforzano di padroneggiarli? Pochi nel primo caso, ancor meno nel secondo. Proviamo quindi a percorrere assieme le tappe del delicato rapporto tra fotografo e soggetto fotografato a partire da una constatazione talmente ovvia ma importante da essere frequentemente sottovalutata: la fotografia di una persona trasmette l’interpretazione che ne dà il fotografo. Interpretazione è la parola chiave perché dipenderà da noi decidere se desideriamo trasmettere solo il nostro punto di vista o se siamo disponibili e aperti a cogliere i segnali che più o meno consapevolmente il soggetto ci sta comunicando.

Le differenze tra le due possibilità sono tutt’altro che trascurabili perché nella maggior parte dei casi un approccio univoco, cieco e sordo ai segnali altrui difficilmente porterà a un risultato oltre la mera apparenza, condiviso e, di conseguenza, a uno scatto d’effetto. Se ne deduce che la fotografia di una persona non può né deve essere il frutto di un approccio superficiale e univoco perché nel migliore dei casi si otterrà un risultato meramente documentaristico, che non va oltre l’aspetto estetico.

Fotografare una persona oggettivamente bella e di aspetto gradevole è relativamente facile, basta conoscere alcune regole tecniche, di ripresa e di impostazione set; invece, fotografare la sua essenza, cioè quello che traspare oltre l’apparenza è un altro paio di maniche. Il motivo è semplice: psicologicamente parlando saremo irrimediabilmente attratti dalla sua avvenenza e poco ci importerà di cercare altro, a meno che non si sia consapevoli dei meccanismi sopra descritti. Viceversa, quando si ha di fronte un soggetto che chiameremo “diversamente bello”, verrà naturale e spontaneo sforzarci di riprenderlo in modo da minimizzarne i difetti ed esaltarne i punti di forza. Da qui la mia convinzione che sia molto più difficile ottenere scatti emotivi di una persona oggettivamente bella rispetto a riprenderne una non avvenente.

Facciamo un test. Prendete una rivista di moda, glamour, style e cominciate a sfogliarla, esaminando le pagine pubblicitarie che contengono fotografie di modelle o modelli. Cercate di concentrarvi sulle persone e non sui prodotti reclamizzati. Noterete la tendenza a soffermarvi su alcune, poche pagine e a far scorrere velocemente la maggior parte di esse. Chiedetevi cosa vi ha colpito di quelle pagine su cui vi siete soffermati. La risposta è semplice: con ogni probabilità sono scatti che trasmettono “qualcosa” oltre l’aspetto meramente estetico. Significa cioè che tra modello/a e fotografo si è sviluppato un feeling tale da far emergere l’anima del soggetto. E ciò è accaduto perché c’è stata la disponibilità da parte del fotografo di prendere in considerazione anche i sentimenti del soggetto e di iniziare un percorso condiviso, fatto di compromessi, prima del clic.

Esistono svariati modi per entrare in sintonia con i nostri soggetti, in più occasioni ho utilizzato anche un animale presente sulla scena: per esempio i gatti, se collaborativi (e visto che non lo sono quasi mai dobbiamo avere ottimi riflessi per cogliere l’attimo) sono ottimi “strumenti” di distrazione del soggetto dalla macchina fotografica, permettendoci così di cogliere espressioni spontanee. Altri modi sono comuni procedure tecniche di ripresa, di posizionamento luci e di allestimento del set. Un paio di esempi: nel ritratto classico in studio, su fondale uniforme, bianco o nero per capirci, è molto di aiuto restringere l’area in cui si trova il soggetto, utilizzando pannelli riflettenti o bank da porre ai lati della persona, così da farla sentire come avvolta e, di conseguenza, protetta. Un altro suggerimento è quello di utilizzare il flash sulla seconda tendina: il soggetto si aspetta il primo lampo, è in una situazione di attesa e ne è consapevole, dunque avrà pose rigide ed espressioni innaturali. Subito dopo tenderà a rilassarsi, a essere più naturale, perché non sa di essere ancora ripreso. Sono quelli i momenti in cui sarà più facile ottenere uno scatto emotivo, oltre l’apparenza.

Passiamo ora agli aspetti psicologici del rapporto tra fotografo e soggetti, con qualche esempio concreto: prenderemo in esame alcune esperienze con modelli e modelle, soggetti belli per antonomasia e da cui è “facile”, nella percezione comune, ottenere buoni scatti. Nei mesi scorsi ho organizzato una serie di incontri in studio utili ad approfondire anche le interazioni psicologiche tra soggetto e fotografo, quasi sempre poco presenti nell’offerta formativa tradizionale. Visto che la materia, almeno apparentemente, rischiava di essere percepita come pesante e non alla portata di tutti, la proposta è stata quella dei Party fotografici: un approccio light alla fotografia in studio, con una formula definita come un po’ più di un model sharing e un po’ meno di un workshop. Ripresa su set semplici e minimalisti, con sessioni one to one, flash e luce continua, e l’invito ai partecipanti non impegnati nella sessione one to one a cimentarsi anche in scatti di backstage, momenti preziosi e molto utili per affinare le capacità di osservazione. Infine, per complicare un po’ le cose e mettere alla prova le loro capacità empatiche, nei diversi appuntamenti sono state scelte 3 modelle con esperienze e caratteristiche estetiche molto differenti l’una dall’altra: Lara, Glidiola e Portìa. Senza comunicarlo nel programma, con il collega avevamo deciso di dividere in due parti le giornate: nella prima abbiamo lasciato liberi i partecipanti di scattare spontaneamente, cioè senza dar loro alcuna indicazione di approccio psicologico corretto e concentrandoci solo sugli aspetti tecnici di ripresa e di allestimento del set; nella seconda, abbiamo messo in evidenza non tanto gli errori, ma le omissioni di interazione con i soggetti. Come? Interagendo in un certo modo con le modelle, mostrando così nei fatti ai partecipanti come ottenere scatti emotivamente d’impatto.

Qualche parola sulle modelle. Lara non è una modella di professione e non ha alcuna ambizione a diventarlo; è una bella ragazza con splendidi occhi blu, qualche esperienza sul set, e per giunta neanche tanto convinta della sua avvenenza. Volutamente io e il collega siamo stati ambigui e non abbiamo comunicato nulla ai partecipanti delle sue esperienze professionali. Semplicemente non ne aveva. L’intento era di osservare le reciproche reazioni. L’io nascosto di Lara emerge in due particolari momenti: quando ride e quando è assorta, situazioni in cui comunica assoluta gioia di vivere e dolcezza infinita, oltre a una naturale sensualità. La sfida per i partecipanti era cogliere questi aspetti. Dopo un giro di tavolo collettivo, previsto per stimolare una prima interazione con lei, via agli scatti. E, come ci aspettavamo, nonostante lo sforzo di apparire spontanea, sul set Lara era rigida. Non solo: in più occasioni ha messo alla prova i partecipanti, che a loro volta si aspettavano da lei pose ed espressioni professionali, chiedendo loro di dirle cosa dovesse fare. Insomma, interazione psicologica reciproca pari a zero.

Glidiola è una modella agli inizi, ha vinto qualche concorso di bellezza e si sta facendo le ossa con servizi di moda e pubblicitari. Timida (ebbene sì, molte modelle lo sono) anche se consapevole di sé, e con una bellezza spavalda, assai d’impatto: bruna, capelli lunghi, una via di mezzo tra Penelope Cruz e Salma Hayek. Ha svolto correttamente il suo lavoro facendo ciò che ci si aspettava da lei: sul set assumeva pose plastiche, da modella navigata, efficaci per scatti estetici, tuttavia poco emozionali. Rideva quando le si chiedeva di ridere, interpretava espressioni sensuali a domanda, e nei momenti, tanti, in cui nessuno le diceva cosa fare, prendeva l’iniziativa. Solo pochi partecipanti, durante la prima sessione del Party, è andato oltre l’apparenza stimolando espressioni o pose differenti da quelle che Glidiola assumeva di sua iniziativa. La maggioranza, invece, era evidentemente soddisfatta di quanto stava riprendendo.

Portìa, infine, è una splendida fashion model caraibica, con molti anni di esperienza, e una spiccata somiglianza con Grace Jones, tanto da spingere i corsisti a chiederle continuamente di assumere pose ed espressioni aggressive. Anche qui, poco sforzo da parte loro di andare oltre l’apparenza, nonostante differenti cambi di set, trucco e abiti. Dunque, tre differenti modi di porsi, tre percorsi professionali molti diversi, con un unico minimo comun denominatore: l’invasiva bellezza. Ed è su quella che si sono concentrati i partecipanti fino a quando non abbiamo stimolato differenti approcci e reazioni, interagendo con ognuna a seconda di quanto percepivo del loro mood del momento. (...) CONTINUA.

Articolo completo, pdf scaricabile e fotografie con didascalie esplicative: qui


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