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Americana Breakfast table set
Autore: patrizia dottori - Pubblicato il 16/11/08 - Categoria Mostre
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L’occhio del cuore (di Ruben Grau, artista argentino)

La fotografia, come intercettazione di un istante sfaccettato della nota realtà che abitualmente ci colpisce la vista (come un reportage dopo l’11 settembre) e che a volte ci incanta, ci trasporta da zone di piacere o a zone in cui l’immagine condivide due polarità. Piacere e dispiacere. In questo caso la mostra su New York sembra collocare tutto il ventaglio di possibilità. Il piacere della sua poetica visuale, nella serie di riprese urbane, e la sua astrazione, nella serie di riprese sui riflessi. In quest’ultima, con il ricorso alla struttura edilizia, vista attraverso le superfici di vetro, ci vediamo immersi in uno stato di illusione, come nel caleidoscopio di Alice attraverso il suo specchio. In questo caso attraverso l’occhio di Patrizia, che, nella sua opera, consegue il desiderio di Cartier Bresson, la meta dell’artista del Tao, ovvero annullare la distinzione del soggetto e dell’oggetto e farne un tutt’uno. Cuore, mente e mano nell’atto di fusione con l’oggetto. In questo modo Patrizia si fa tutt’una con la realtà registrata attraverso l’occhio del cuore.
Con questa mostra ci troviamo di fronte ad un lavoro sviluppato durante 15 anni. E ciò non indica una passione e una persistenza per sviscerare – come, quando e perché? - New York, New York, New York.
La Grande Mela. Paradigma di tentazione, perdizione, simbolo del grande desiderio, di meraviglia e di attuale confusione. Di una civilizzazione occidentale incerta, in cui forse da qualche parte c’è anche una chiave registrata nelle immagini di strutture-destrutturate.
Patrizia è un’artista profonda e impegnata, che più in là dell’estetica epidermica predominante oggi, ci mobilita a una zona in cui il contatto con l’anima sensibile ci fa approdare a ciò che solo l’Arte può far approdare, un frammento di connessione reale, con la realtà. L’intento di rendere visibile l’invisibile, non perché il visibile, si sa, si conosce, non questo, sovraesposto al giorno d’oggi, se non perché il reale si rende invisibile davanti al nostro sguardo, logorato da tanta immagine banale e da tanti occhi che guardano senza vedere.
Ci sarebbe da parlare a lungo per analizzare in profondità delle opere di questa mostra, poiché vediamo in essa una delle grandi domande di fine secolo “Che ne abbiamo fatto del nostro povero orto?”, come diceva il poeta riferendosi all’anima e, in questo caso, all’anima del mondo contemporaneo.
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