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Testi » Cultura Fotografica » Scheda Articolo

Arthur Felling “Weege” e Vivian Maier: ovvero, l’immagine fotografica dell’America
Autore: Fulvio Lo Cicero - Pubblicato il 07/03/10 - Categoria Cultura Fotografica
Gradimento: Molto Interessante
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Arthur Felling, meglio conosciuto come Weege, nato in Austria nel 1899 ma emigrato ben presto a New York dove si era stabilito il padre, che aveva intuito a cosa avrebbero portato i primi sommovimenti antisemiti in Europa, è forse il più grande poeta della fotografia urbana del Novecento. Oggi è universalmente celebrato come il fotoreporter che più è riuscito a conciliare l’esigenza della cronaca, della notizia, con l’accuratezza della composizione fotografica. In effetti, ben pochi artisti visivi sono riusciti a concentrare in “istantanee”, quindi con una “location” non artificiale, le esigenze della Storia, immortalando in una sintesi le vicende di un’epoca. Weege lavorò per molti giornali e riuscì ad entrare nelle grazie degli ufficiali di polizia di Manhattan. Ciò gli permise di essere quasi sempre il primo a giungere nel luogo dove un uomo era stato assassinato e a documentare la fisicità della morte violenta. Non solo; a New York (ma credo nell’intera America), fu il primo cittadino privato ad essere autorizzato a detenere in macchina il sistema radio con le frequenze della polizia in modo tale da essere sempre avvertito di cosa accadeva in città. Un bellissimo film di Howard Franklin del 1992, “The Public Eye” (“Occhio indiscreto”), con Joe Pesci, racconta la storia di un Weege immerso nella criminalità organizzata newyorkese, che dorme quasi tutto il giorno, in un piccolo appartamento pieno di negativi e di fotografie, si sveglia nel pomeriggio inoltrato, fa colazione ed esce per il suo solito turno notturno. La sua auto è una vera e propria mitologia dell’atto fotografico urbano. È completamente equipaggiata per sfornare le immagini che, nella nottata, Weege porterà nelle redazioni. Nel bagagliaio è allestita una camera oscura, dove lui sviluppa e stampa. Così, il fotografo diventa una sorta di Virgilio che accompagna il pubblico in un viaggio infernale, alla ricerca del male umano. Ed in effetti, le immagini che ci sono rimaste di Weege (scomparso nel 1968) sono probabilmente la galleria più significativa dell’America degli anni Trenta e Quaranta. In molte di esse si vedono cadaveri stesi sul marciapiede e pozze di sangue scuro. La luce dominante è quella del duro flash che si usava in quel tempo ma si ha subito la percezione che una luce diffusa o comunque più morbida avrebbe stonato con la drammaticità della rappresentazione. Weege sembrava aver compreso pienamente come un flash potesse esprimere una carica estetica significativa. La sua è una fotografia urbana e notturna, proprio come il viaggio dantesco, che non vede luce naturale se non in Paradiso; Weege, a differenza del grande poeta italiano, preferì fermarsi sulla soglia del Purgatorio e non ascendere. Per lui, l’umanità è tutta racchiusa in un girone di dannazione. Se compariamo a quelle di Weege le immagini di un’altra grande fotografa americana – peraltro emersa da poco, trattandosi di una non professionista – Vivian Maier, scopriamo l’immagine speculare di Weege. Vivian era nata nel 1926 e visse per quasi tutta la sua vita a Chicago. Qualche tempo fa, un giovane studioso di fotografia, John Maloof, venne in possesso per caso di un vasto archivio di negativi di medio formato, tutti in bianco e nero. John era fotografo anche lui ma stava imparando. E, man mano che andava avanti nella pratica, osservando quei negativi, si accorgeva di trovarsi di fronte ad un eccezionale occhio fotografico: quello di Vivian, appunto. In effetti, le immagini di questa fotografa dilettante sono straordinarie. Dedicandosi esclusivamente allo “street photography” Vivian compie il percorso inverso a quello di Weege, fotografando la borghesia di Chicago in pieno giorno, donne impellicciate e ingioiellate, uomini perfetti nei loro abiti di sartoria. Ciò che stupisce maggiormente di Vivian, come scrive il suo scopritore, è proprio l’approccio alla composizione. Se il grande Edward Hopper preparava accuratamente i suoi quadri con decine di schizzi e bozzetti, Vivian scopre subito il miglior angolo di ripresa, cogliendo volti, espressioni, positure nel più efficace modo fra i tanti offerti dallo spazio circostante. Weege e Maier colgono la stessa America, l’uno di notte, l’altra di giorno, i fantasmi di una società dominata dal denaro e dalla bramosia.
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