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Testi » Riflessioni » Scheda Articolo

Il paesaggio come visione dei luoghi
Autore: Erminio Annunzi - Pubblicato il 05/04/11 - Categoria Riflessioni
Gradimento: Molto Interessante
Questa pagina è stata visitata 6209 volte

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Se dovessimo chiedere a qualcuno quale genere di fotografia ritiene più facile da praticare, con molta probabilità la risposta sarebbe: quella di Paesaggio. Non riesco a dare una spiegazione univoca a questo stato di cose, ma sicuramente molto deriva dalla staticità di un luogo che rende, agli occhi dei molti, facile la realizzazione di una immagine fotografica. Il processo è più o meno il seguente: vedo una città, un monumento o un luogo naturale che mi piace, porto la fotocamera all’altezza degli occhi e premo il pulsante di scatto. Il processo si conclude più o meno qui. Soggetto della fotografia di paesaggio viene considerato, in generale, tutto quello che, bene o male, è intorno a noi e che consideriamo “bello”, come se questo fosse il solo ed unico attributo da ricercare in un’immagine.
Spesso ci soffermiamo e ci entusiasmiamo nell’osservare quel milione di fotografie di paesaggio che appaiono sulle riviste/rubriche di viaggio, tutte diverse ma allo stesso tempo tutte uguali a loro stesse. Ci colpiscono, ci incuriosiscono, ci invitano ad andare nei luoghi che ritraggono, come se questo fosso il solo e unico scopo di tale ambito della fotografia.
Il luogo in se’ è la sola “realtà” da fotografare: in questo modo il fotografo si pone come intermediario tra esso e l’osservatore finale, consentendo a quest’ultimo di godere della bellezza e dell’amenità profuse da un territorio.
Quanto sopra finisce inevitabilmente per riguardare, soprattutto, i fruitori meno “consapevoli”, ovvero i non addetti ai lavori.

Quando si allarga lo sguardo, invece, si scopre che fotografia di paesaggio vuole dire anche denuncia e documentazione, poetica e storia, immaginazione e arbitrio. Ecco allora che queste nuove prospettive aprono nuovi orizzonti. E improvvisamente salta alla mente il dubbio che forse fotografare dei luoghi è qualcosa di più che rappresentarli! 
Interpretare un luogo, filtrandolo attraverso il proprio vissuto e la propria visione, consente di creare un linguaggio evocativo e poetico, un pensiero figurato? Personalmente penso proprio di sì.
La visione diventa così una prospettiva interiore, una personale metrica poetica tradotta in fotografia, e il luogo metafora delle esperienze e delle emozioni del fotografo.
La fotografia di paesaggio si tramuta, di pari passo, da una rappresentazione del luogo ad una metafora dell’essere umano, in una continua lotta tra l’appartenere al luogo stesso (mondo) e il possederlo. Concetti ancora molto dibattuti e controversi nelle società occidentali.

In questa direzione, ritengo sia possibile evitare derive manieristiche e superare i molti pregiudizi cari a certi ambienti critici, spesso impantanati su pseudo cencettualizzazioni che a lungo andare si sono trasformati in pura forma e sterile tecnicismo.
Oggi, accanto al paesaggio romantico tanto caro al Nord Europa, a mio parere distante dalla nostra cultura, troviamo il pomposo rigoglire delle esperienze mistiche dei “figli di Ghirri”, a tal punto concentrati sul mantenimento di uno status quo stilistico e comunicativo da smarrire la poetica del padre che si sono scelti e, peggio ancora, da perdere di vista gli orizzonti meno addomesticati e addomesticabili della visione intima e interpretativa.
Quello che rivendico con questa breve riflessione è la dignità di una fotografia di paesaggio meno attenta alla documentazione fine a se stessa e più alla poesia, meno manieristica e la cui espressione emozionale riacquisti un valore intrinseco, in quanto cifra della prospettiva interiore di un fotografo e di essa sostanza e non semplice forma.

Ad oggi, il paesaggio di documentazione/testimonianza ricopre un ruolo “eletto” in seno alla fotografia cosiddetta impegnata, incontrando troppo spesso, e a priori, il gradimento non solo degli addetti ai lavori, ma anche di committenti e amministratori quando impegnati sul fronte della cultura dell’immagine.
Con ciò non ho la pretesa di imporre un diverso indirizzo, ma desidero ribadire con forza la dignità della fotografia di paesaggio come “visione dei luoghi” e di reclamare per essa una maggiore attenzione.
Così è se vi pare.

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