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Intervista a Enzo Dal Verme
Autore: PhotographersPro.eu - Pubblicato il 16/09/11 - Categoria Cultura Fotografica
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Enzo Dal Verme è un fotografo italiano che abita tra Parigi e Milano ed ha ritratto celebrità come Donatella Versace o Bianca Jagger. Il suo lavoro è stato pubblicato sulle pagine illustri di Vanity Fair, Marie Claire, Grazia, L’Uomo Vogue, Elle e di tante altre riviste.
Per lui l’atto di fotografare è una sorta di meditazione attiva, un approccio interiore che ha sviluppato nel corso del tempo. Enzo dice che la fotografia gli da l’opportunità di osservare la realtà da diversi punti di vista, il che – a volte – lo spinge fuori dal suo territorio familiare, consueto e confortevole. Qualcosa che può rivelarsi difficoltoso, ma anche molto stimolante.


Considerando il tuo modo di fotografare, come ti definiresti?
Nella mia carriera ho scattato reportage, moda, bellezza e ritratto. Apprezzo molto la possibilità che ho di esprimermi in modi diversi, ma se devo trovare una definizione che definisca veramente la mia specialità, la scelta cade senza dubbio sui ritratti.

Hai origini in un Paese meraviglioso, ci si aspetterebbe che tu fotografi paesaggi. Perché ritratti?
Sono affascinato dalla moltitudine di approcci che noi – esseri umani – abbiamo nei confronti delle esperienze della vita. I modi in cui affrontiamo le nostre paure, i sogni, le ambizioni, le sfide… Probabilmente questo è il motivo per cui trovo estremamente interessante la maggior parte delle persone che fotografo. Guardo una celebrità attraverso le lenti della mia macchina fotografica con lo stesso interesse con il quale osservo un contadino, uno scienziato o una prostituta.
Scattare un ritratto è un modo di esplorare la realtà ed ogni volta che fotografo qualcuno alla fine mi sembra di conoscere un po’ meglio anche me stesso. A volte riconosco uno stato d’animo che ho vissuto anche io, altre volte osservo qualcosa che non ha mai avuto modo di svilupparsi in me oppure sono testimone di un’emozione che conosco in modo leggermente diverso… è un processo molto interessante. Potrei dire che osservo i soggetti dei miei ritratti come se stessi osservando me stesso espresso in una forma diversa. Siamo diversi, ma non così diversi…

Quanto è importante trovare una connessione con i tuoi soggetti prima di scattare una fotografia? Come fai?
Capita – per esempio quando devo fotografare una celebrità – che ci sia molto poco tempo a disposizione per scattare e quindi la connessione deve accadere in modo istantaneo. Naturalmente, se ho abbastanza tempo per conoscere il soggetto prima dello scatto, aiuta. Ma non è indispensabile. Mentre conversiamo e ci guardiamo – prima o durante gli scatti – stiamo già scambiandoci una grande quantità di informazioni. Tutto ciò accade principalmente in modo subliminale. E senza che ce ne rendiamo veramente conto, come in ogni relazione umana, abbiamo la tendenza di guardare la persona di fronte a noi attraverso le lenti deformanti del nostro passato, delle nostre convinzioni, dei nostri pregiudizi…
Nel mio lavoro cerco di essere il più neutrale possibile ed osservo i miei soggetti con curiosità. Un modo per avere uno sguardo fresco sul mondo è immaginare di essere un bambino molto piccolo senza memorie o bagagli emotivi. Questo atteggiamento permette di cogliere una grande quantità di dettagli che normalmente non vengono presi in considerazione perché tendiamo a dare per scontato il fatto di conoscere già ciò che vediamo. In alcuni casi, però, essere neutrali è davvero troppo difficile. Ma è possibile essere consapevoli della nostra reattività, delle nostre aspettative e così via… La consapevolezza aiuta a mantenere la connessione semplice e piacevole.

Qual è l’elemento significativo in un soggetto che tu cerchi di fare emergere in un ritratto?
Sono attirato da ciò che c’è dietro la maschera sociale della persona di fronte a me. A volte i miei soggetti cercano di sedurre la mia macchina fotografica, apparire carini, interessanti, speciali… un sacco di rumore. Il silenzio che ogni persona ha (o forse dovrei dire “è”) dietro tutta quell’agitazione, sembra essere dimenticato. Ma quella è la parte più interessante! E, per me, è anche molto interessante mettere a fuoco una piccola timidezza, una esitazione, un senso di tenerezza o una forza interiore. Naturalmente mi riferisco a qualcosa di autentico, non a uno stato d’animo recitato per attirare l’attenzione. E questo genere di finzioni abbondano nella nostra società altamente narcisista…
Quando scatto un ritratto, nella maggior parte dei casi, riesco a vedere la maschera cadere. Ma, a volte, il soggetto vuole mostrarmi solo un’identità idealizzata. Il che può anche essere molto interessante…

Potresti condividere con noi qualche aneddoto interessante riferito alle tue fotografie o ai tuoi soggetti?
Ce ne sono moltissimi…. Dirò qualcosa che è successo recentemente. Ero in Inghilterra e dovevo scattare alcuni ritratti per una rivista di moda, servivano ad illustrare un’intervista. Procedendo, tutto è andato per il meglio e sono riuscito a fotografare diverse sfaccettature di quella persona. In una foto aveva l’aspetto molto autorevole, in un’altra rideva divertita, in un’altra la sua espressione era tenera… e in ogni immagine c’era quella quiete che a me piace così tanto. Non ha mai recitato o preteso di essere diversa da ciò che era. Io la guidavo e creavo delle situazioni che la aiutavano a fare emergere un certo stato d’animo, ma non ho mai forzato la situazione. In seguito, osservando le fotografie, lei sembrava commossa. In particolare, riferendosi a una certa fotografia, mi ha domandato ridendo: “Oh Dio, questa sono io? Non mi riconosco!” Ma ha continuato ad osservare quella espressione e dopo un po’ di tempo mi ha rivelato che osservando quel ritratto era riuscita a ricollegarsi ad una sensazione innocente di felicità della sua infanzia che pensava fosse andata persa per sempre. “Il tuo ritratto è stato terapeutico per me”. Commenti come il suo sono abbastanza comuni per i miei ritratti. E, naturalmente, scattare una foto è terapeutico anche per me.

Monocromia o colore? Luce o composizione? Perché?
Nelle mie foto mi piace mantenere una certa semplicità ed evitare un affollamento di troppi elementi. Componendo uno scatto cerco di ottenere un’immagine pulita nella quale l’attenzione dell’osservatore non sia disturbata da distrazioni. Ma non faccio piani in anticipo, incontro la persona e vedo cosa succede. Generalmente mi accorgo di un angolo che è proprio adatto per quel ritratto e suggerisco al mio soggetto di scattare lì. Guardo nella macchina fotografica e mi muovo per cercare l’angolazione giusta. Contemporaneamente verifico le condizioni di luce. La luce è molto importante per enfatizzare una sensazione o aggiungere intensità. Scatto in digitale, quindi a colori. È passato molto tempo da quando scattavo in bianco e nero, però mi piace ancora moltissimo.

Dicci qualcosa dei tuoi workshop. Che cosa comprendono?
Il workshop è pratico e basato sull’esperienza, molto intenso. Non mi concentro sulla tecnica, schemi di luce e simili. Piuttosto sull’abilità del fotografo di entrare in contatto con qualche aspetto che rende speciale o unica la persona che si vuole fotografare (forse qualcosa di cui non è neppure consapevole) e la capacità di comporre rapidamente e intuitivamente l’immagine. Dedico molto tempo alla relazione tra il fotografo e il soggetto. Esploriamo approfonditamente le dinamiche di una sessione di ritratto. Ci sono esercizi studiati per spingere (gentilmente) i partecipanti ad affrontare le proprie paure ed inibizioni nella loro veste di fotografi ed altri che hanno lo scopo di incrementare la capacità di interagire. Lavoriamo sulle percezioni, empatia, creatività, composizione, luce naturale… Durante gli esercizi, gli studenti si fotografano tra di loro e poi selezioniamo alcune immagini da guardare e commentare tutti insieme per capire che cosa potrebbe essere migliorato prima di riprendere in mano la macchina fotografica. Come ho detto, si tratta di un’esperienza piuttosto intensa.

Che benefici ci sono per chi partecipa? Cosa porta a casa un fotografo semi-professionista?
Alla fine di un mio workshop, i miei studenti sembrano molto eccitati e ispirati. Non mi sorprende. Le esplorazioni che facciamo insieme suggeriscono loro una prospettiva completamente diversa sulle loro capacità e potenziali. A giudicare da ciò che mi dicono o che mi scrivono, per la maggior parte di loro il workshop segna un punto di svolta importante. Per darti qualche esempio, un fotografo matrimonialista mi ha detto di avere aumentato la sua capacità di rimanere concentrato e calmo anche quando è sotto pressione. Un fotoamatore esperto ha sperimentato una grande spinta creativa. Un altro mi ha mandato una mail con due immagini, una scattata il primo giorno del workshop e un’altra scattata il terzo giorno: “Grazie per i tuoi insegnamenti inconsueti”. Durante il workshop ho potuto notare degli enormi miglioramenti nel suo modo di trovare una connessione col soggetto e comporre le immagini. Alcuni studenti sono professionisti, ma la loro specialità non è il ritratto e desiderano ampliare le proprie competenze. Fino ad ora, ogni studente ha lasciato il workshop portando con sé più abilità e più fiducia nelle sue capacità di scattare un buon ritratto. E, dal momento che il lavoro è così intenso e interattivo, nascono anche delle belle amicizie…


www.photographerspro.eu/enzodalverme


www.enzodalverme.com

Clicca qui per i dettagli relativi al prossimo workshop di Enzo Dal Verme a Gubbio




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