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Rio de Janeiro 28 luglio 2009
Walter Firmo è il fotografo brasiliano che, per eccellenza, rappresenta la storia del fotogiornalismo in questo paese. All’estero, Italia inclusa, è forse meno conosciuto di Sebastiao Salgado per una serie di ragioni tra le quali in primo luogo gli argomenti trattati (che vedremo più avanti quali sono) e poi perché ha sempre prediletto, come colorista, una fotografia per nulla manipolata in fase di stampa.
A settantadue anni, ancora giovane, continua a realizzare progetti fotografici con entusiasmo. Con altrettanto entusiasmo realizza workshop straordinari per i suoi allievi provenienti dal Sud America e da tutto il mondo in Brasile e a Cuba. Per noi è un maestro, non solo di fotografia, ma soprattutto di vita poiché con la sua fotografia ha creato un modello di fotografia sociale capace di interagire in profondità con l’ambiente umano che ci circonda. Come chi legge potrà capire dalle sue parole, è soprattutto un poeta.
E’ venuto a trovarci dove abitiamo e qui lo abbiamo intervistato. La seguente e una sintesi del nostro lungo incontro.
Unaltrosguardo: “Quando hai iniziato a fotografare e come hai imparato?”
Walter Firmo: “Avrò avuto tre o forse quattro anni. Mi stava portando in spalla mio padre, mia madre camminava accanto e saranno state le due del mattino, nella periferia di una Rio de Janeiro che non esiste più. Stavamo andando verso il centro, era buio e si scorgevano le sagome degli alberi della foresta pluviale. In cielo una falce di luna, insieme a un’infinità di stelle illuminavano debolmente il paesaggio. Tutto era nero e argento. Quella credo fu la prima visione fotografica della mia vita. In seguito ho imparato da solo. O meglio ho avuto dei maestri, ma che mi parlavano dalle pagine di libri e riviste. Eugene Atget, Robert Doisneau e molti altri. Oggi insegno con la stessa devozione con la quale ho imparato.
UAS: “Qual è la tua metodologia di lavoro, si può parlare di tecnica?”
WF: “Per me la tecnica non è importante. L’importante è il sentimento. Potrei dire che la tecnica è rispettare gli uomini, dare loro dignità. Non ho mai amato fotografare il disagio e la miseria, se l’ho fatto è sempre stato per mostrare la bellezza delle persone che sopravvive nonostante tutto. Per me la fotografia è un modo di interagire con il mondo, di manifestare il piacere di vivere. Ho una visione del mondo colorata e romantica, anche se a volte mi piace aggiungere un po’ di sarcasmo.
UAS: “Molti fotografi, anche in Italia, amano questo tipo di fotografia che oggi ha poco mercato. Cosa consigli di fare a queste persone?”
WF:”Anzitutto di continuare a farlo, soprattutto per se stessi. Io personalmente fotografo per me e solo io sono il giudice di questa causa. Io, come altri della mia generazione, d’altra parte, sono stato fortunato poiché facevo già questo lavoro quando erano in pochi a farlo, inoltre sapevo anche scrivere. Così ho lavorato realizzando servizi completi per i più importanti giornali del Brasile e del mondo. Ho anche guadagnato bene. La questione da voi sollevata è sicuramente seria e pone un problema concreto poiché crea molta frustrazione, ma bisogna continuare. Chi vuole continuare oggi deve imparare a fare progetti, e anche a trovarsi gli sponsor, per esempio per realizzare libri per istituzioni e aziende. E’ importante fare comunque molta ricerca. E’ anche per questa ragione che intendo rendermi disponibile a un aiuto per i vostri progetti espositivi. Io attualmente sto per iniziare un lavoro di documentazione sulle scuole dello stato di San Paolo, finanziato dal governo locale, con il quale realizzeremo un libro.
UAS: “Il Brasile non è conosciuto come uno stato razzista, ma non è tutto così semplice. Il fatto di essere un mulatto ha condizionato la tua vita, anche dal punto di vista professionale?”
WF:”Quando sono nato l’abolizione della schiavitù aveva solo cinquant’anni. Mio padre, fuciliere della marina, era mezzo indio e mezzo negro, mia madre bianca di origine portoghese. Un miscuglio, come molti brasiliani. Il che, oltre a darmi sensibilità verso le questioni sociali, mi ha permesso proprio di penetrare negli ambienti negri, cosa che altri avevano difficoltà a fare. Ho avuto accesso a un mondo straordinario che oggi in parte non esiste più. Ho incontrato persone e situazioni meravigliose che ho avuto la gioia di poter documentare.
UAS:”Grazie Walter, sappiamo di aver trovato un amico e non solo un maestro. Chissà che davvero riusciamo l’anno prossimo a realizzare delle cose insieme, come magari uno dei tuoi fantasmagorici workshop qui e in Italia.
WF:”Io sono disponibile con tutto il mio entusiasmo. A presto”
(NB. Il termine negro, che in Brasile non è tabù, è stato utilizzato da Walter Firmo e da noi riportato)
Unaltrosguardo (Mauro Villone e Lidia Urani)













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