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Testi » Cultura Fotografica » Scheda Articolo

La contestazione di Hyppolite Bayard
Autore: Maria Fina Ingaliso - Pubblicato il 16/06/08 - Categoria Cultura Fotografica
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Nel 1841 Bayard, venuto a conoscenza del procedimento della calotipia, replicò a Talbot sostenendo che quel procedimento gli apparteneva, prova ne era il documento sigillato depositato presso l'Accademia delle Scienze. In pratica nel suo procedimento il risultato finale era un positivo, come scrive poi Gilardi al momento non si era capita l'utilità del negativo. Questo suo disappunto lasciò Talbot, a ragione, del tutto indifferente, in quanto il procedimento non solo era "simile" al suo, ma non poteva sicuramente avere notorietà, annebbiato com'era dalla disputa fra dagherrotipisti e calotipisti (disputa combattuta a suon di minuti e secondi di tempo di posa e sviluppo).


Ancora una volta Bayard, evidentemente a corto di nuove idee e spunti di contestazione, dopo aver perfezionato il metodo di Talbot si autofotografò nei panni di un povero inventore davanti all'uscio di una casa, seduto al sole (1845), come ad aspettare che qualcuno si accorgesse di lui. Oggi, pur mantenendo nella letteratura specializzata un ruolo marginale, è annoverato tra i 4 grandi precursori della fotografia. Mentre la diatriba per la paternità fotografica era ancora in atto (a.Hercules Florence, James M.Wattles ed altri) i pregiudizi e le competizioni tra lo "scientifico" dagherrotipo e "l'artistica stampa" del calotipo aumentavano, alimentati dall'Accademia di Fine Arts e da Bayard, che manteneva un ruolo ambiguo.
Le reazioni sociali a questo nuovo fenomeno fotografico, sia calotipo o dagherrotipo, furono controverse, tenendo presente che si era all'epoca in pieno clima naturalistico, e quindi tutto era rapportato alla Natura, una natura da interpretare con intuizioni ed espressioni e non con l'imitazione che ne dava la fotografia;





Gli Animisti parlarono di "magie alchemiche", di corpo (inteso come essenza vitale) sottratto: credevano che il nostro corpo fosse fatto di infinite pellicole sovrapposte "stratificate in membrane infinitesimali" e che la fotografia ne sottraesse e ne assorbisse una (del resto è ancora quello che professano certe religioni orientali). Uno di questi fù Honorè De Balzac, romanziere Francese sensibile alle dottrine mistiche, con la sua Teoria degli Spettri (a dispetto di quanto asseriva si fece però fotografare, prova ne è un dagherrotipo acquistato da Nadar).

La letteratura; fra i tanti citiamo Charles Baudelaire, il poeta maledetto, che esaltava l'immaginazione come "Regina delle Facoltà", facoltà che la fotografia annullava: nei suoi scritti di Estetica del 1859 diede l'appellativo di Messia di un Dio vendicatore a Daguerre, un dio che esaudisce i desideri di una moltitudine di persone che non sanno di perdere in questo modo quello che era rimasto dello spirito Francese.


Gli artisti , percependo nella fotografia un intruso nelle Arti, gridarono allo scandalo, non si poteva definire arte una mera veduta (le prime fotografie furono delle vedute) o un ritratto fatti da un mezzo meccanico e da soluzioni chimiche, la vera arte nasceva dal pennello; la fotografia decolorando il mondo "aveva inaugurato una cruda, stupefatta, tragica notte bianca", "la fotografia era l'arte dei non artisti", così scrivevano alcuni giornali dell'epoca; di contro alcuni pittori, come Paul Delaroche, definirono la fotografia "preziosità inimmaginabile" e lui stesso dichiarò "da oggi la pittura è morta".

Per la gente comune fu come emulare l'alta borghesia con i suoi ritratti pittorici, le immagini riproducibili tecnicamente si rivelarono un fenomeno di massa, prova ne è anche una litografia del 1840 dal titolo Daguerrèotypomanie, dove è rappresentata una moltitudine di persone che corre a farsi fotografare. La Fotografia, indifferente a tutto ciò, imperterrita proseguì il suo cammino evoluzionistico, basato sulla crescente cognizione delle sue possibilità d'impiego.


© Maria Fina Ingaliso Collaboratrice DAC - FIAF

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