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La foto perfetta
Autore: Antonio Bignami - Pubblicato il 14/01/10 - Categoria Riflessioni
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La foto perfetta

Riccardo ci pensava spesso alla foto perfetta, ma più passava il tempo e più questo concetto si allontanava dall’orizzonte della sua immaginazione e dallo schema bizzarro di una creatività forse inesistente.

Qual’era la foto perfetta?

Era quella specie di messaggio subliminale animato da una intensa vita interiore e amalgamato in una incredibile e straordinaria manciata di pixel digitali che si andavano a memorizzare, in una frazione di micromillesimi di secondo, sulla superficie lucida del CCD per poi essere trasferiti, più veloci di un lampo, sulla card elettronica? Oppure erano quelle idee, le emozioni, le sensazioni lontane, ancora tutte da verificare, palpitanti nella reattività chimica dell’emulsione trafitta dalla luce, che si andavano ad incidere - con frammenti di magenta, di ciano e di giallo - sulla celluloide della pellicola? Era un insieme equilibrato e solenne di cromatismi, di linee e di spazi, di vuoti e di pieni, che si andava a ricomporre ogni volta differente, ma anche seguendo uguali regole e medesimi appunti mentali, in un affresco tecnologico di colori, di visi e di espressioni, di panorami e di orizzonti, quasi fosse un preordinato guazzabuglio caotico nel big bang dell’immaginazione? Oppure era la schematica e asettica geometria della non immaginazione e della non creatività, una sorta di messaggio criptato che ogni altra mente doveva recepire per quello che era o per quello che non era, lasciando al fotografo la decisione finale se annoverare quella foto tra i capolavori o tra le insulse banalità da gettare nel cesso tirando lo sciacquone? Quante inutili, interminabili e inconcludenti discussioni con i clienti, gli art director, i creativi delle agenzie pubblicitarie che indossavano sempre – chissà perché? – bretelle rosse e camiciole con i fiori: loro la perfezione non l’avevano in mente e neanche la cercavano, perché loro erano la perfezione. Era un cocktail molto più preciso nelle dosi e nei gesti, del Bloody Mary che andavano a trangugiare tra altri loro simili al Roxy Bar: mai un dubbio né un’incertezza, mai una dolorosa ma rigenerante screpolatura dell’immaginazione attraversava la loro inesauribile e clonata creatività.

Gli americani iniziavano a fare - che so? - le foto aeree con il mare nero: forse tutto era iniziato quando un fotografo californiano un po’ alticcio aveva toppato l’esposizione chiudendo un paio di diaframmi di troppo e un creativo d’oltreoceano in vena di stupidità si era detto: “Bella, magnifica questa immagine”

Tempo pochi giorni e i creativi italiani, che divoravano con avida, inesausta, soprattutto cieca curiosità, tutto ciò che arrivava dall’estero, imposero che ogni foto nautica dovesse essere corredata da un mare color pece. Come si poteva spiegare a questi signori convinti di detenere la chiave della sapienza e della saggezza che quelle, oltre ad essere delle fotografie banalmente sottoesposte, stavano anche diventando degli odiosi ricatti per tanti altri fotografi obbligati a scattare volutamente immagini sbagliate? Purtroppo questa abitudine di imporre una sorta di autolesionismo della propria professionalità si sarebbe ripetuta molte altre volte.

Un fotografo inglese si era dimenticato accesa nel bagno un’alogena puntiforme, lo aveva fatto proprio mentre fotografava la cabina armatoriale di un motoryacht: ne uscì un’immagine perfetta ma rovinata da un abbagliante spot di luce bianca che si divorava il lato di dritta del matrimoniale con una inguardabile chiazza di lattiginosa sovraesposizione. Da quella volta, per un paio di stagioni, tutte le fotografie d’interni guai se non avessero avuto da qualche parte la ferita sovresposta di un fascio di luce estraneo e violento. Un fotografo francese ebbe l’idea malsana e irresponsabile di utilizzare come modella per un servizio di moda su qualche desolata spiaggia vicino a Calais, una ragazza anoressica e sicuramente afflitta da altri guai. Esasperò il senso di squallida e abbandonata perversione scegliendo una giornata particolarmente grigia e nebbiosa, imponendo all’art director un make up della ragazza talmente incolore, pallido ed esangue da farla somigliare ad un’agonizzante replica di sé stessa sul letto di morte. Qualche cretino che contava nel mondo della moda, apprezzò quel look così cupamente e dolorosamente originale: da quel momento centinaia di ragazzine anoressiche iniziarono ad affollare ansiose, con il loro book di immagini in mano e le loro devastanti presenze/non presenze, le sale d’attesa delle tante agenzie di casting, arredate con elegante e vuota essenzialità da qualche architetto svedese, dove l’ovattata, ipnotica e rarefatta launch music impediva di pensare, di vedere e soprattutto di capire. Capire che nello stesso momento centinaia, migliaia, forse milioni di altre ragazzine, iniziavano a digiunare sedotte da quel mondo pericolosamente vuoto e deformato, capire che presto avrebbero tutte iniziato ad affollare altre sale d’attesa, dove invece della launch music si sentivano nell’aria l’acre e persistente odore di disinfettante e le grida disperate di genitori mai abbastanza attenti ai mostri che insidiano i loro figli.         

Riccardo cercò in tutti modi, per quanto solo, di combattere la sua personale battaglia, di ignorare le tante, forse troppe ferite nell’anima e nel cuore: questo perché nella sua mente l’immagine perfetta si nascondeva unicamente nelle pieghe della fantasia e nello sgualcito riflesso dell’immaginazione. Lui in fondo, sperava che l’immagine perfetta non sarebbe arrivata mai. Anche e soprattutto questo era un modo come un altro per impedire al ciclo della creatività di chiudersi e per continuare a coltivare l’aspettativa emozionante e furiosa della ricerca. La foto perfetta era un delicato e fragile gioco di equilibrismo che andava ricercato tra le fessure sottili ed oscure di un ego ora lasciato libero ed ora tenuto a freno, perché non si perdesse tra le soffocanti alluvioni di colori ma nemmeno tra le essenziali e spoglie geometrie monocromatiche.

Non era mai stato un artista ma un semplice, solido mestierante dell’immagine, uno scaltramente ingenuo cacciatore di emozioni: questo perché molti altri avevano cercato e trovato la strada più breve per arrivare là dove probabilmente lui non avrebbe mai desiderato giungere. A Riccardo sembrava bastasse talmente poco per diventare un artista che il passo gli appariva come una sorta di truffa mediatica e in gran parte legata soprattutto all’apparire e al sembrare.

Per questo non fece mai quel passo.

Per lui la foto perfetta (anche se mai totalmente) era quella che tutti avrebbero capito, ma anche quella che avesse scosso la sua anima con una valenza di sensazioni forti o sublimi, trasportandolo su una sintonia emozionale completamente differente da quella degli altri. Ogni sua immagine importante lasciava un graffio nel cuore che non era mai lo stesso, così come non erano mai uguali le emozioni che gli altri provavano guardando le sue fotografie. C’erano artisti celebri e celebrati che, per tutta la vita, non avevano fatto altro che continuare ciclicamente a riscattare e a riproporre la stessa fotografia. In fondo si comportavano un po’ come quegli interminabili girotondi di pagliacci e di saltimbanchi sulla pista rotonda del circo.

Quell’immagine non era mai il punto di arrivo in una lotta con sé stessi che li avesse portati all’essenzialità, ma solo la furba, millimetrica e attenta  ricerca di un’ermetica visione del nulla. C’erano quelli di un filo bianco e dell’ombra del filo bianco contro ad un muro azzurro. Di un paio di mutande di pizzo stese ad asciugare. Del riflesso di un’automobile in un pozzanghera. Di due vasi di coccio contro la persiana verde di una finestra. Di una porzione di prato giallo e una porzione di prato verde che si incrociano. C’erano anche quelli che utilizzavano come un vezzo il bianco e nero per drammatizzare e trascendere la realtà. Magari quella di un’interminabile e stucchevole sequenza di bidoni dell’immondizia. Di scarti di lavorazione di industrie meccaniche. Di tutti i tipi di paletti e segnaletiche stradali raccolti in giro per il mondo. Di tutte le possibili combinazioni pornografiche di sesso orale e sadomaso camuffate da inarrivabili e trascendenti ricerche del karma di un’anima determinata e mai tormentata, ma sicuramente attenta alle bizzarrie del mercato. 

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