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Testi » Riflessioni » Scheda Articolo

La grotta di Arkudi
Autore: Antonio Bignami - Pubblicato il 18/01/10 - Categoria Riflessioni
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La mattina arrivava sempre con un lampo di luce che saettava sul pavimento di legno della camera da letto: fuori c’era lo sciabordare pigro del mare che si insinuava tra le palafitte contro le quali il gommone andava ad urtare con dolcezza. Riccardo usciva spesso per primo sulla terrazza, mentre Giulia indugiava ancora sotto le coperte stiracchiandosi: il mare era silenzioso e pacifico, qualche barchetta stava lasciando il porticciolo per andare a tentare la sorte, c’era una pace irreale e sospesa. Quella poteva essere la risposta? Tutta la pace, nel leggero ed inconsistente universo popolato da pochi punti fermi ma da un’immensità di dolcezza, si sarebbe dileguata per sempre, eppure quelli erano gli anni giusti, il mare si confondeva con le rocce ritagliandosi cupe e inquiete ombre scure vicino alle cigliate, per poi esplodere in tutte le scale del turchese appena scapolato il massiccio che incombeva sulla spiaggia di Afales. Mentre Riccardo caricava sul gommone le attrezzature subacquee, Giulia si dava da fare per mettere assieme qualcosa da mangiare a mezzogiorno: non sapevano mai se sarebbero rientrati per pranzo oppure se il Maltemi li avrebbe inchiodati fino a sera in qualche insenatura. Quando il vento decideva di alzarsi, loro si rifugiavano nei posti che sapevano al riparo dal Maltemi: erano i pomeriggi insensatamente più belli. Per rientrare a Port Frikes, soprattutto se erano andati a pescare all’isoletta di Arkudi c’erano una decina di miglia di canale da attraversare con il vento al traverso ed era meglio aspettare che la buriana passasse. All’imbrunire, quando la sera crollava saettando con migliaia di dardi luminosi sulle creste delle onde per risucchiare il freddo ed umido respiro dell’acqua, il mare come per incanto si abbonacciava: se ne stavano stesi nell’acqua oppure si trascinavano pigramente sulle spiaggette seguendo il solco delle loro impronte e portando a spasso le proprie anime. Ad Arkudi Riccardo imparò a conoscere un paio di posti più o meno al centro della cala principale sul lato settentrionale, dove ad una trentina di metri di profondità, pascolavano alcune cernie che giocavano a rimpiattino tra grandi massi isolati. Per non spaventarle arrivava con il motore al minimo spegnendolo prima ancora di aver raggiunto il punto, dove accostava sfruttando l’abbrivio, Giulia buttava l’ancora che, saltellando sul musone di prua, filava veloce verso il fondale portandosi via i cinque metri di catena e quasi tutta la cima. Riccardo seguiva un rituale tutto suo basato su la medesima sequenza di vestizione e quando era pronto lasciava scivolare in acqua il fuciletto corto e cattivo, oppure quello più lungo, adatto ai tiri in acqua libera che lui tanto amava. Appoggiata ad un tubolare del gommone Giulia si affacciava sulla trasparente immensità dell’acqua di Arkudi e molto spesso riusciva ad intravedere la liquida siluhette dell’ancora che tremolava laggiù sul fondale: Riccardo si spostava silenzioso rispetto alla verticale di prua, si ventilava con calma e alla fine esasperava la fase espiratoria sollevando il diaframma e poi inspirando per depressione, tutto gradatamente veniva rallentato dalla ritmica dello scambio, fino a tacere quasi del tutto: quando iniziava la discesa Giulia non riusciva quasi mai ad accorgersi della capovolta. Capiva che la discesa verso il fondale era iniziata quando vedeva lo schizzo silenzioso e filante della sua sagoma che tremolava a sei/ sette metri sotto la superficie appena graffiata da qualche lieve refolo: a dieci, quindici metri di profondità, il galleggiamento della muta rattoppata e l’affondamento della cintura con un paio di chili di piombo si equilibravano nelle due spinte, e da quella profondità in poi Riccardo smetteva di pinneggiare, planava con silenziosa dolcezza verso il fondale iniziando a scrutare dove dirigersi o per centrare direttamente il bersaglio oppure per acquattarsi in attesa che una cernia in caccia poco distante si avvicinasse curiosa a quel masso, proprio a quello dietro al quale aveva avvertito una presenza diversa dal solito e a nessun altro. Il giochetto non riusciva sempre, molto spesso le cernie se ne stavano a pascolare distanti dal masso dietro a cui Riccardo attendeva nascosto e non c’era verso che venissero a curiosare. L’apnea profonda è come un’equazione matematica: non si può sbagliare nulla. Un giorno dei tanti ad Arkudi, Riccardo scoprì una grotta. L’ingresso era formato da una cavità rotonda che se ne stava un paio di metri sott’acqua: il margine sembrava una linea regolare, smussata, quasi perfetta. Una volta entrato, dopo una decina di metri percorsi in apnea, si accorse che poteva riemergere: all’interno della grotta c’era una specie di laghetto che prendeva aria e luce da una spaccatura, un taglio trafitto dai colori, una scala di bagliori per salire verso il cielo. Riccardo rimase a lungo sospeso nel liquido specchio cristallino della grotta, pensò che se una parte della vita avesse avuto un termine, quello doveva essere il momento giusto, la luce del sole spaccava l’aria rarefatta, si infilava nell’acqua immobile illuminando il fondo della grotta, rivelando altri colori e altre suggestioni che tremolavano nel riverbero argentato. Riccardo, proprio mentre se ne stava sospeso tra il cielo e il mare di quella grotta, iniziò a capire cosa rappresentasse veramente Giulia per lui, se ne rese conto perché sentì il bisogno che anche lei entrasse ad ogni costo là dentro in quella specie di nirvana dei sensi. La grotta di Arkudi: un tumultuoso interrogativo ma anche un’eterna battaglia tra l’istinto e la ragione, un sillogismo o un’indecifrabile equazione da risolvere nel big bang sognante e sognato, una vita a ritroso da esplorare e da cui farsi cercare. La grotta di Arkudi: Giulia decise di sfidare i suoi timori ed entrò in quel cunicolo per unirsi a Riccardo e per seguire la sfrontata e impulsiva curiosità verso quell’ignoto enigma a due passi dalla sua immaginazione. Era il dubbio dove avevano inciampato, era in grado di fare del bene ma anche del male, andava al di là di un semplice graffio nell’anima: loro la scoprirono soltanto per quello che era e non per ciò che avrebbe potuto rappresentare. Quel rumoroso silenzio, quella pace solida e tenace che si poteva quasi toccare con la mano erano le prime, inafferrabili avvisaglie di altre malinconie, di differenti mutismi che sarebbero venuti, logicamente feroci e irrimediabilmente inarrestabili, molto tempo dopo quei giorni leggeri e felici. Ma nella loro anima e nei loro cuori non c’erano ancora spazio e desiderio sufficienti per accogliere il turbamento: ogni volta che il mare si univa al cielo con una sottile ma tenace linea chiara, Arkudi li attendeva. Se il vento non tormentava la superficie del mare, Riccardo metteva la prua a nord per raggiungere l’isoletta con una rotta diretta. Si lasciava la costa di Itaca sulla sinistra e schizzava nel canale in faccia a Capo Ducato, feroce ed impetuoso promontorio unito come una tenia gigantesca alla propaggine più meridionale di Lefkas. Se invece le prime ochette iniziavano a frantumare l’orizzonte Riccardo dirigeva verso Atokos per guadagnare tempo e mare, scapolava quell’isoletta insidiosa, cupa e frastagliata, raggiungendo Arkudi dopo averne sfruttato il ridosso. Di solito incocciavano subito una minuscola caletta dove due o tre cormorani sgozzovigliavano giocherellando con timorosi branchi di pesciolini azzurri saltellanti: scivolavano in acqua avvicinandosi ad una roccia che emergeva con un inconfondibile spuntone sbilenco e ogni volta covavano l’irrequieto timore di non ritrovare più l’ingresso, quasi fosse sparito per un maligno gioco di prestigio. Lo spacco era sempre lì ad attenderli, pinneggiando con cautela per non alzare sedimenti, percorrevano in apnea il varco scuro e inquieto, si lasciavano alle spalle incertezze e timori sbucando nel caotico e lucente specchio inverso della grotta. L’immagine perfetta era davanti ai loro occhi, appariva e scompariva confondendo sensi e ragione, ingannando la tecnica e prendendosi gioco della creatività. Era sempre quella, la stessa che Riccardo aveva cercato tante volte ma anche allora non riusciva a rendersi conto che i pensieri scivolavano veloci, inafferrabili e bizzarri come il mercurio. Giulia si muoveva appena, seguendo la spinta invisibile delle correnti generate dalle minuscole onde di risacca che spingevano dentro la forza e la luce del mare mentre lui, armeggiando con la sua inseparabile Nikonos, arrancava due o tre metri sotto quel profilo perfetto e quella luce infallibile. La grotta di Arkudi rimase un enigma irrisolto per molto tempo, Riccardo scattò decine di fotografie dentro a quella penombra soffusa, lavorava destreggiandosi tra lo sciabordare tagliente e luminoso del sole e il riverbero palpitante dell’acqua, ma non riuscì mai a vedere nel mirino della Nikonos la stessa immagine con cui giocherellavano anima e sensibilità. Forse soltanto l’ultima delle tante volte che si infilarono in quello spacco, la grotta diede il suo lasciapassare alla fantasia. Fu il caso che quel giorno si fece benevolo? Oppure nella creativa confusione che si agitava dentro e fuori di loro senza che si riuscisse mai a catturarla completamente, il calcolo infinitesimale delle probabilità inciampò in un risultato vicino alla perfezione? Fu un accordo magico quello che era finalmente scattato tra Giulia e Riccardo portandoli molto vicini ad una sintonia con l’universo che li circondava, a stampare sull’emulsione quelle ombre tratteggiate? Nessuna tesi riuscirà mai a dimostrare con precisione la irrisolta magia di un postulato indimostrabile come l’immagine perfetta che Riccardo non trovò mai, nemmeno quel giorno nella grotta di Arkudi, quando Giulia diventò il riflesso del riflesso della sua anima, appesa come un poster contro una quinta di bagliori irregolari, screziati e saettanti.

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