Calendario Eventi    Calendario Ws/Corsi Shoot Food   www.esta-usa-visto.it/   ISP              

Iscriviti solo ai servizi news ed eventi per rimanere
aggiornato sulle varie iniziative del settore fotografia


Inserisci la tua mail  
Indica la provincia     
Apri il tuo spazio free
User   
Password 

Dimenticato la password?
           

Testi » Riflessioni » Scheda Articolo

La mattanza
Autore: Antonio Bignami - Pubblicato il 18/01/10 - Categoria Riflessioni
Questo articolo non ha ancora ricevuto feedback.
Questa pagina è stata visitata 2197 volte

Share |

C’è una pace blu, cupa e morbida: le reti della “mezzanina”, l’ultimo corridoio che i tonni percorrono pacifici e ignari prima di entrare nella camera della morte, sono azzurre scacchiere del mare incrostate da decenni di denti di cane. Vanno incontro al loro destino ignari, come inconsapevoli staffette della natura in grado di centrare con millimetrica e perfida precisione, le isole Egadi dove da secoli i tonnaroti attendono pazienti, giorno più giorno meno, la metà di Aprile. In quel periodo dell’anno il Rais smette i panni dell’ asceta solitario per indossare quelli di Signore unico della tonnara: é lui infatti che indica la rotta incerta da seguire rinnovando storie e tradizioni, lui il nume tutelare del cerimoniale della mattanza (dove affluiscono eterogenee commistioni tra culture arabe, africane e siciliane) lui che raduna i suoi uomini dopo il lungo sonno invernale perché vadano a tirar fuori i loro arnesi di pesca dai magazzini dove il libeccio di dicembre ha gettate salsedine e scompiglio.

Nitto era uno strano tipo di subacqueo: passava tutto l’anno rincorrendo cernie e saraghi che scodavano veloci nelle tane più profonde. Corto e tozzo, più largo che alto, fuori dall’acqua pareva uno gnomo sgraziato e burlone, ma a sessanta e passa metri di profondità si muoveva come una ballerina in equilibrio sul Lago dei Cigni, un infallibile proiettile degli abissi. Nitto fumava sempre in modo frenetico e compulsivo: doveva smettere per quei trenta/quaranta minuti in cui era sott’acqua ma quando iniziava a risalire verso la superficie prima della sua testa saltavano fuori l’indice e il medio della mano destra spalancati in una V di richiesta che non ammetteva tentennamenti. Sulla sua barca potevano mancare tante cose, ma mai la sigaretta accesa che un addetto a questa specifica operazione teneva sempre pronta. Solo dopo averla afferrata ed essersela cacciata sbuffante in bocca, mentre comicamente galleggiava assieme a tutte le sue cianfrusaglie appese, Nitto si toglieva la maschera con calma e intanto parlottava con il suo equipaggio, passava il pesce in barca, si informava sul da farsi. Grazie all’amicizia di Nitto con Monica, nei ritmi strani e bizzarri del destino che ognuno di noi si porta cucito addosso, vissi dentro e fuori di me la drammatica magia della mattanza. Molte cose della mia vita non sarebbero più state le stesse, avrei rivisto punti che consideravo fermi e inamovibili e nello stesso tempo mi sarei posto nuove mete da cercare. Monica era la mia compagna in quegli anni così intensi e veri: insostituibile e straordinaria sommozzatrice, mi aveva conquistato una sera in cui, senza una ragione apparente, aveva deciso di accucciarsi tra le mie gambe. “Adesso ti racconterò la mia vita” sussurrò scostandosi i capelli dalla bocca e fermandosi ad ascoltare per un attimo il borbottio delle onde ”così capirai che se non ami il mare non potrai mai percorrere un tratto di strada assieme a me.”

“Dai Nitto portiamolo nella camera della morte”

Monica scrutava la faccia di Nitto dietro ad una nuvola di fumo e di acquavite, intanto mi toccava la mano con la dolcezza rassicurante di una sorella maggiore. “Se mi prometti che lo tieni d’occhio tu, allora venite domani alle sei a Marina Grande”

La mattina dopo, all’alba, il mare è di piombo e il cielo minaccia.

Monica ed io arriviamo sobbalzando giù per la stradina che porta a Marina Grande: avevamo ammassato in qualche modo un’assonnata e arruffata paccottiglia di bombole, piombi e neoprene su una minuscola jeep. Panciuti barconi, calafatati con pece, stoppie e tasselli di ciliegio, trainati da un rimorchiatore e i tonnaroti, in equilibrio su assi scivolose afferrate in qualche modo agli scalmi in bilico sulle ordinate, preparano i loro arnesi e intanto si danno forza e impeto, cantando nenie e canti di Ayamola. Il luogo della mattanza, segnalato da una barchetta all’ancora con un altarino zeppo di santini, ex voto e Madonne sofferenti, si trova proprio al centro del canale tra Favignana e Levanzo: se qualche delfino, astuto e impavido, é riuscito ad entrare nella “mezzanina” allora sono guai, perché é capace di portarsi dietro i tonni e farli scappare.

“Saranno centotrenta, centoquaranta pezzi”

Ci borbotta proprio così Nitto, i tonni li chiama sbrigativamente pezzi e intanto inizia ad infilarsi la muta, facendo apparire e scomparire la sigaretta tra il neoprene rugoso e il tessuto arancione della Super Calypso.

Getta via il mozzicone e si mette la maschera:

“Andiamo” ordina quasi ingoiando l’erogatore.

Mentre Nitto sparisce, capovolgendosi all’indietro e spezzando quell’acqua ferma e cupa, Monica ha appena finito di illustrarmi i primi rudimenti della fotografia subacquea.

Sbuffo e non ne posso davvero più: la sera prima gli sfottò di Nitto e adesso lei che si é messa in testa, proprio quella mattina, di insegnarmi una cosa che non avevo mai fatto fino allora e di cui non me ne fregava niente.

Sono mai stato capace di prevedere cosa fosse meglio e cosa fosse peggio?

Certo con la fotografia, quella mattina della Mattanza, presi una bella cantonata.

Monica, accidenti a te, ma cosa vuoi che me ne importi delle foto se le hai comperate da Archimede Pitagorico questa cianfrusaglie!”

Monica mi guarda gelida e furente mentre sputa con rabbia dentro la maschera per non farla appannare.

“Mettiti questa macchina al collo, non toccare niente, lascia diaframma e otturatore così e il fuoco all’infinito” il tono di Monica non ammette repliche “E ricordati di cambiare la lampadina ad ogni foto”

Adesso anche Monica piroetta all’indietro e anch’io, attardato e impacciato dalla Nikonos e da quella specie di flash antidiluviano, mi decido a saltare in acqua.

Mentre sprofondo nel rallentatore cobalto dell’acqua, appena spostato dalla perpendicolare di discesa da un soffio leggero di quella corrente atlantica ormai esausta - sembro un astronauta che ha sbagliato rotta – avverto una presenza blu che mi sfiora, poi un’altra e poi un’altra ancora.

I tonni, decine di siluri rigidi ma palpitanti stanno girando attorno a me, mi toccano, intrecciano le loro eleganti rotte subacquee con le mie incerte traiettorie di uomo acquatico, mai prima d’ora ho avvertito così distintamente il rumore di un silenzio fragoroso e potente: sotto la superficie del mare, siamo frettolosi ospiti di passaggio e anche se cerchiamo di muoverci in punta di piedi, ci facciamo sempre riconoscere. Balbetto gorgogliando dentro all’erogatore un paio di urletti soffocati perché mi sento la somma degli errori del creato davanti alla bellezza potente e maestosa di queste creature. Intanto Monica e Nitto stanno volteggiando una decina di metri sotto di me, guardo e vedo che c’è un pesce luna ammagliato. Scendo, finalmente con calma, ritrovo il mio autocontrollo, mi avvicino a loro due che si sono messi in posa di fianco al pesce luna, Monica, Nitto e il pesce luna scompaiono in un lampo bianco e caldo di magnesio: ho scattato la prima fotografia subacquea della mia vita.

Cacciamo fuori la testa proprio mentre il Rais si sta dirigendo con una piccola barchetta in mezzo alla Camera della Morte: da lì inizia ad incitare i tonnaroti e a dirigere i loro sforzi, mentre i barconi neri si sono disposti a quadrato. La Camera della Morte viene chiusa sui quattro lati mentre gli uomini più forti iniziano a salpare l’immensa rete sottostante che sale verso la superficie. Ogni strattone e ogni “Ian Zu” gridato ritmicamente dai tonnaroti, ruba spazio vitale ai tonni che si ritrovano sempre meno acqua per riuscire a nuotare e tentare un’ultima, vana, fuga.

Quando la prima scodata di un tonno spacca con un grido di silenzio la superficie del mare, la Mattanza ha inizio. Rito violento e dolcissimo, nuvole d’acqua polverizzata esplodono e ricadono su anime dannate e dannanti che piantano raffi, uncini e fanno volare i tonni dietro di loro. La Mattanza non ammette mediazioni del pensiero e le politiche del cuore e della mente sono quanto mai vane: è bianca o é nera, la sua ritualità è silenzio o è grido, lo spettacolo esalta o disgusta, c’è posto per tutto o solo per il contrario di tutto.

La sera fummo invitati in casa di Zio Betto, uno dei più vecchi tonnaroti di Favignana: viveva in una minuscola casa di sasso a due passi dal grande stabilimento della Tonnara dove i centotrentaquattro “pezzi” pescati quella mattina erano già in lavorazione. I tonnaroti festeggiano animando le stradicciole di Favignana con canti e brindisi: in casa di Zio Betto invece, c’è la malinconica pace di un uomo solo. Monica ed io ci mettiamo comodi e mentre lui traffica ai fornelli, ci racconta che la famiglia ormai da anni vive a Torino ma lui non vuole lasciare la “sua” isola e quel lavoro maledetto, faticoso e bellissimo alla Tonnara.

Poi ci porta a vedere le sue due camere da letto.

Nella prima, c’è un matrimoniale imponente, sopra la testata c’è la foto in bianco e nero della famiglia: sua moglie, che sembra Zio Betto vestito da donna, e una dozzina tra figli e nipoti. Nell’altra camera, più piccola e dimessa, c’è un lettino singolo e una minuscola fotografia infilata con cura nella cornicetta d’argento sul comodino con una ragazza in posa davanti ad una fontanella.

“Questa” ci dice Zio Betto, asciugandosi gli occhi umidi ”è la foto della mia prima fidanzatina, che morì a vent’anni in un incidente: quando mia moglie non c’è, io mi corico qui, vicino al mio grande, primo amore e con lei riesco a sognare meglio” Allora, solo allora, si acquietò il turbinio furente e luminoso di emozioni, si spense nel ricordo la sanguinosa lotta dei Tonnaroti durante la Mattanza.

Nella quiete sublime della vita di Zio Betto che tutte le sere si addormentava e tutte le mattine si svegliava con la foto del primo amore sul comodino, sentii finalmente il bisogno di iniziare a pacificarmi con me stesso, di chiedermi se potessero esistere spazi di penombra nei quali trovare un compromesso per la propria coscienza.

Share |
CITIES INSIDE
rilanciamo volentieri una nuova iniziativa del nostro partner Isp; una call gratuita per progetti ch...
URBAN 2020 Photo Awards
Al via URBAN 2020 Photo Awards! In giuria Alex Webb e Rebecca Norris Web Sono ufficialmente le is...
News dai Festival
riteniamo utile per chi si interessa di Fotografia un memo sui riposizionamenti in corso dei princip...
Cities 6
Cities 6 è in uscita a fine marzo 2020! oltre a poter ordinare copie del magazine sono dis...
2° Corigliano Calabro Fotografia Book Award
Nell’ambito del Festival Corigliano Calabro Fotografia 2020, l’associazione Corigliano p...
WS/Corsi in Evidenza Vedi tutti
18 Luglio 2020         a KIRGHIZISTAN   (Lecco)
workshop - viaggio fotografico con il fotografo Pensotti Stefano nel Pamir Reportage, paesaggio, str..[continua]

  Popular Tags  
pellicola Londra photographers musica animali abbandono Bianconero galleria Estate Kodak cinema fotografia italiana stampa premio Fulvio Bortolozzo moda
Vuoi relazionarti con altri utenti?
Vai nello spazio Community.
I numeri di Photographers.it
13892 Utenti Registrati + 19383 Iscritti alla Newsletter
6866 News Inserite - 1841 Articoli Inseriti
2808 Progetti fotografici e Mostre Virtuali pubblicate