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Mia Fair Recensione
Autore: Redazione - Pubblicato il 17/03/17 - Categoria Eventi
Gradimento: Molto Interessante
Questa pagina è stata visitata 2707 volte

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MIA FAIR 2017 : WHITE POWER

Allestimenti minimali , luci perennemente accese e tanto  bianco.

L’edizione 2017 del Mia fair , l’appuntamento milanese con la  filiera della fotografia d’autore fortemente voluto da Fabio Castelli, è un omaggio forte e pervasivo al bianco.

Bianche le pareti degli stand, bianche le luci ad illuminare le opere e bianca la gamma di cromie prevalenti nelle fotografie esposte. A trionfare è dunque l’assenza di colore , la purezza della luce, quasi un ritorno alle origini del mezzo che è però solo un inganno , uno specchio rifrangente digitale. L’assenza di colore è un modo per porre al centro  la forma da un lato e la performance dall’altro.   Una fotografia che è ormai spettacolo. Qui  tra questi stand nel cuore dello skyline milanese . Più che mai.

In questa edizione, nei suoi quattro giorni di apertura, la più importante fiera italiana dedicata alla fotografia d’arte ha visto 25.000 persone alternarsi negli stand allestiti a The Mall. In qualche misura un segnale positivo, che l’asfittico mercato italiano attendeva in effetti da parecchio tempo.

Segno positivo anche per le vendite, incrementate rispetto alla scorsa edizione.
MIA Photo Fair chiude la sua settima edizione con un bilancio ampiamente positivo. ammontano all’85% gli operatori, tra gallerie e artisti indipendenti presenti della sezione Proposta MIA, riusciti a concludere vendite.

Molti gli artisti interessanti ma soprattutto stranieri
La nota in un certo qual senso stonata in questa positività illuminata di bianco è una certa assenza di artisti italiani interessanti in modo innovativo, insolito, inaspettato. Certo  in esposizione c’erano i grandi nomi della fotografia italiana d’autore come di consueto,  ma  a fermare  il nostro sguardo vagante tra gli stand sono stati  soprattutto artisti stranieri:     

Fred Penelle & Yannick Jacquet coi loro Mecaniques Discursives esposti dalla Galleria Mardone di Bruxelles
Mentre il passare del tempo sembra accelerare ogni giorno di più, Fred Penelle e Yannick Jacquet offrono con le loro installazioni una pausa, una sospensione, un respiro. Uno strano meccanismo si estende sulla parete, popolata di oscure chimere. Sono misteriose e tuttavia in qualche modo familiari. Si tratta di un esperimento di laboratorio o il piano per una rete del futuro? Minuziosamente costruito come un buon orologio, traccia connessioni, percorsi, messe in scena, looping itinerari, invitando alla fuga, invitando a sognare.. Ogni tentativo è fatto per sedurre, farci  fermare, e magari poi cambiare  direzione e perchè no? Intenzione. Il tempo è tagliuzzato, decomposto, perduto eppure tutto vi fa riferimento.
Mécaniques Discursives è come una parentesi tra due epoche: Gutenberg e Big Data In contrasto fra la più antica forma di riproduzione dell'immagine (xilografia) e le più recenti tecnologie digitali, l'installazione genera una magia che incanta.

 

Mathilde Nardone esposta dalla galleria xxxx con la serie Terrils.
Le immagini di questa artista sono prodotte da uno scanner. Questa tecnica rivoluziona l'approccio convenzionale utilizzato per realizzare una natura morta. Lo scanner proietta anche l'oggetto nel mondo contemporaneo.
La natura morta nella tradizione artistica è stata spesso un pretesto per lavorare sulla composizione, ma anche sulla a luce.  Ed è proprio sulla luce che  l’utilizzo dello scanner permette di immergersi in esperienze visive interessanti e molteplici
La selezione dei soggetti dell’artista è  presa dalla vita di tutti i giorni: le piante, i minerali, i materiali di scarto e il cibo.  A volte sono rotti, o schiacciati dal coperchio dello scanner. Alcuni elementi, tuttavia, sono collocati delicatamente sul vetro.
Questa ricerca è il risultato di una curiosità per testare i loro limiti o motivata dal rispetto per la loro bellezza profonda e fragilità.
La proposta introduce anche un  nuovo concetto di narrazione. I collegamenti possono essere creati tra gli oggetti da parte dello stesso spettatore, senza alcuna storia immaginata ma nell’istante reale in cui osserva l’opera.
Attraverso la scansione l'oggetto di tutti i giorni diventa il soggetto principale dell’opera artistica. Una rivoluzione. Digitale.

                
    Mathilde Nardone                                                     Antoine Rose      

Antoine Rose, con la sua serie Saint-Tropez Studio dalla Mezel Galerie
Le rappresentazioni in miniatura di questo artista riescono a trasformare i paesaggi naturali colti con vedute aeree in quadri astratti, inscrivendo così l'opera di Rose a pieno titolo in quel  minimalismo artistico che permea molta dell’arte contemporanea. L'artista inserisce la sua costante tensione tra reale e virtuale in tutte le sue collezioni, una contraddizione che mette in evidenza una qualità magica  delle sue opere che cattura inesorabilmente lo sguardo del pubblico.

Tra gli italiani ci hanno colpito soprattutto due lavori

Racconti di Mare di Arturo Delle Donne esposto dalla Galleria Hernandez art gallery di Milano
Racconti di Mare, è un viaggio attraverso i più importanti e conosciuti romanzi di mare di tutti i tempi. Ogni immagine, presente in mostra, nasce da una meticolosa ricostruzione in miniatura delle scene più rappresentative e iconiche dei più famosi romanzi di mare, dove ogni particolare è stato costruito dall'artista stesso come su un vecchio set cinematografico.
Le immagini di Delle Donne , come scrive la curatrice Gigliola Foschi,  “sono teatrali come quelle di una fantasiosa recita di marionette, capace di incutere paura e scatenare l’immaginazione, di emozionarci e farci sognare.(…) Egli usa la macchina fotografica come un prestigiatore, per attingere al mondo dell’illusione e del sogno, costruendo luoghi ed eventi (…) che ha immaginato viaggiando intensamente tra le pagine di Jack London, di Edgar Allan, di Ernest Hemingway…”

           
Arturo Delle Donne                                                                     Fabrizio Fontanelli 

Talking Hands di Fabrizio Fontanelli  esposto da Bartoli Cornici di Reggio Emilia
“Talking Hands”,  è un progetto composto da ritratti. Insoliti.  Sono infatti le mani  - spiega l’autore - a raccontare chi siamo, quali sono le nostre passioni, i nostri sogni. Questo progetto nasce dall’idea di rappresentare, di ritrarre una persona attraverso le sue mani. Le mani come gli occhi sono “lo specchio dell’anima”: quanto ci dicono le mani attraverso un callo, una cicatrice, le unghie, la cura o l’incuria … Come raccontano attraverso l’unione delle mani, la loro apertura o chiusura, la posizione che prendono quando sono davanti ad un obiettivo … Ma altre volte c’è qualcosa di celato che non viene esplicitato, ma semplicemente traspare tra le pieghe delle mani chiamate della vita e della morte, dell’amore, del successo. Allora ho fatto un viaggio attraverso le parole che le persone ritratte mi raccontavano di se, dei loro sogni, del loro lavoro, dei loro desideri o frustrazioni. In altri casi invece ho fatto un viaggio immaginario dentro ad una storia un po’ romantica, un po’ nostalgica di queste persone che non conosco ma che rappresento per quello che sogno essi siano”

Recensione di Sonia Pampuri

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