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Testi » Tecnica » Scheda Articolo

pinhole
Autore: Francesco Radici - Pubblicato il 16/03/09 - Categoria Tecnica
Gradimento: Molto Interessante
Questa pagina è stata visitata 7284 volte

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Esiste un piccolo mondo parallelo alla fotografia tradizionale quasi immutato nel tempo in quanto non legato allo sviluppo tecnologico, una piccola ma interessante schiera di adepti che rifiuta l’aiuto della meccanica e dell’elettronica tornando alle origini, quasi una comunità hamish fotografica che pone l’attenzione sul come raccontare la realtà nella maniera più personale possibile ma allo stesso tempo veritiera attraverso un apparecchio fotografico, cosa possibile con un mezzo stenopeico.

A chi non ha confidenza con questo termine dico che non è altro che il modo più primitivo e puro di trattare la luce per rendere un immagine, primitivo perché è l’essenza e la nascita della fotografia stessa, puro in quanto avviene senza l’uso di ottiche che fanno da tramite tra la realtà e il supporto sensibile (pellicola, sensore), in pratica si tratta del fenomeno fisico per cui la luce proveniente dall’esterno di una camera oscura, passando attraverso un foro (stenopeico, ovvero da stenos=foro), proietta sulla sua parete interna di questa la scena presente all’esterno.

Una macchina stenopeica è quindi fondamentalmente una scatola che presenta su una parete un foro di dimensione calibrata e definita normalmente di pochi decimi di millimetro, ed un elemento sensibile sulla parete opposta (pellicola), la semplicità costruttiva fa si che molti fotografi stenopeici si costruiscano la propria macchina in casa modificando le caratteristiche in base al risultato voluto.

Si può utilizzare la propria reflex digitale su cui potrà fare pochi e semplici lavori per renderla una macchina stenopeica, esistono al riguardo numerosi siti che spiegano in dettaglio la procedura e a cui lascio questo compito.

L’aspetto interessante della fotografia stenopeica è l’approccio concettuale completamente differente imposto dalle sue caratteristiche di fondo, innanzi tutto è una riproduzione della realtà non mediata, ovvero l’assenza di ottiche fa si che quello che la macchina “vede” sia quello che riesce a vedere senza correzioni o miglioramenti, e quindi una visione personale come può darla l’occhio e l’elaborazione del cervello di ognuno di noi.

E’ quindi un modo di fotografare se vogliamo imperfetto, personale, i cui risultati resentano per qulcuno i movimenti del dadaismo, il surrealismo e la sperimentazione del futurismo, l’evoluzione ha provveduto a correggere queste “imperfezioni” spostandosi lontano arrivando fino alle moderne macchine fotografiche, ma tra gli estremi di questi due punti si sono perse alcune caratteristiche che sono a mio avviso i fondamenti della fotografia stenopeica.

Mentre una lente forma un'immagine prendendo tutti i raggi di luce che riceve dal soggetto e focalizzandoli in un solo punto, il foro stenopeico non focalizza ma si comporta come un centro di proiezione in cui la dimensione del foro assume un importanza fondamentale in quanto solo teoricamente può essere considerato un punto ma avendo in pratica un area fa si che in questa passino diversi raggi provenienti da ogni punto dell’oggetto creando un area di sovrapposizione, il risultato finale sarà un aspetto “morbido” dell’immagine che a prima vista si può considerare sfocata ma che in realtà non lo è per il termine che conosciamo.

Non essendoci un piano di messa a fuoco la nitidezza dell’immagine è uniforme su tutti i piani di distanza ovvero non esiste una limitazione della profondità di campo come succede con gli obiettivi, possiamo avere quindi oggetti a fuoco immediatamente vicini alla macchina ed allo stesso tempo anche per quelli più distanti.

Ma il punto che ritengo predominante è la necessità dei lunghi tempi di esposizione dovuti alle dimensioni del foro, normalmente la fotografia stenopeica non può essere fatta tenendo la macchina in mano ma deve essere appoggiata per tenere dei tempi che vanno da pochi secondi a minuti o addirittura ore (ho trovato in rete esempi di foto con tempi di esposizione di giorni), credo che questo sia il punto fondamentale su cui si possa creare la ragione concettuale di questa tecnica.

Normalmente quando fotografiamo fermiamo definitivamente un attimo preciso, una scena cristallizzata in pochi centesimi di secondo, con la fotografia stenopeica al contrario la presenza del tempo è marcata ed avvertibile, fotografando un luogo si imprime sulla pellicola o sul sensore digitale tutto quanto sta accadendo in un tempo dalla dimensione sufficiente da essere raccontato.

Credo che l’importante sia lo spirito con cui ci si avvicina a questa tecnica, la probabilità di non riuscire a realizzare qualche cosa di interessante è altissima con la conseguenza di un abbandono immediato, è necessario dimenticare le aspettative che si hanno utilizzando una macchina convenzionale diventando meno tecnici e più orientati all’atmosfera, all’immagine particolare che si ottiene con la stenopeica cercando l’aspetto narrativo ed evocativo più che descrittivo.

Francesco Radici
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