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SOS salvataggio in Fototeca
Autore: fototeca-gilardi - Pubblicato il 07/06/17 - Categoria Cultura Fotografica
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A scuola a Melissa (KR), ph. ©ando gilardi/fototeca gilardi

Siamo Elena e Patrizia Piccini, attuali conservatrici di Fototeca Gilardi, uno dei pochi archivi fotografici gestiti ancora nel privato, che vive (sarebbe meglio dire 'sopravvive eroicamente') del solo frutto dei propri diritti di riproduzione. Siamo orgogliose di dare notizia dei primi risultati della campagna di condizionamento e restauro di tutti i negativi del fondo 'Ando Gilardi reporter', uno dei settori più importanti della Fototeca. Questa parte dell'archivio tuttavia è stata sempre tenuta separata dall'insieme di tutte le immagini e anzi dal suo autore, nonché fondatore della Fototeca, deliberatamente dimenticata.  Sicuramente Ando Gilardi pensava ai soggetti, nella maggior parte dei casi uomini, donne e bambini proletari sfruttati, ai quali, secondo il suo noto aforisma:  «dopo che la vita aveva preso loro tutto, il fotografo (lui, in questo caso) prendeva anche la fotografia». Fino a che è stato in vita, abbiamo dovuto combattere con la sua ferma resistenza a vendere i sembianti di coloro che considerava compagni di strada, era evidente che lo percepiva come una specie di tradimento.

Per le due mostre realizzate attingendo a questo fondo:  'Memorie di un fotografo pentito' (1993) a cura di Angelo Schwarz e 'Olive e Bulloni' (2009) a cura di Fabrizio Urettini i curatori gli avevano chiesto una prefazione e in tutti e due i casi Ando aveva colto l'occasione per smontare la sua passata fede nella forza delle immagini per cambiare le esistenze degli sfruttati, nel 1993 scriveva:  «Chi più di trent'anni fa prese le fotografie di questa mostra, da tempo si confessa pentito non per aver fatto il mestiere di fotografo come tale, che può essere un mestiere eccellente, ma per avere umiliato la Fotografia mettendola al servizio non dell'arte fine a se stessa, non della pubblicità, non dell'erotismo, ma delle utopie sociali. Ciascuno, specialmente se giovane, può scegliersi una barricata su cui battersi ma (è solo un consiglio tranquillo) non dovrebbe usare la Fotografia come un'arma. È vero, essa nel tempo può diventarlo e anche assai dolorosa ma solo per colpire con il ridicolo chi lo avesse creduto.» Ovviamente alludeva a se stesso. Nel 2009 aggiungeva: «...il tempo i fatti e i milioni di mutilati del proprio lavoro di quel periodo, furono e sono poi ricordati dalla stampa, dalla televisione e in tutta l’informazione sociale come il miracolo economico italiano! Il quale è una immensa fossa comune dove sono sepolti e dimenticati i nomi e le storie di quelle che i testi ufficiali chiamano unità produttive: nelle mille istantanee del fotografo scalzo [ndr: Gilardi si autodefiniva così] si salvarono le loro facce. Ecco perché come ho detto non avrei approvato la mostra: per lasciare riposare in pace quei miei compagni e compagne che ho inquadrato, con i loro cartelli le loro bandiere, dentro alle fabbriche spente in attesa del nulla, o seduti attorno a chi leggeva il giornale a quelli che non sapevano leggere. Io non volevo tornare a vedere le immagini dei loro bambini, scalzi come il fotografo che li inquadrava, che ridevano allegri e che meritavano un futuro tanto ma tanto migliore.»

Questo patrimonio di negativi che in qualche modo si ribellavano all'archiviazione, si arricciavano pericolosamente quando aperti, stavano rapidamente autodistruggendosi e così Elena e io ci siamo trovate in un contrastato dilemma: tra il senso di colpa di mostrarli a dispetto di Ando e lasciarli arricciolare al loro destino perdendo per sempre il loro contenuto. Ma come ha detto Angelo Schwarz nel suo discorso inaugurale alla prima esposizione della mostra del 1993 a Busto Arsizio «Queste fotografie sono belle!»... semplice. Ecco la chiave, ci associamo a lui: queste fotografie sono belle! ed è soprattutto per questo che abbiamo iniziato l'azione di recupero, Ando non ce ne vorrà, consideriamo ciascuna di queste fotografie non documenti, non armi, non al servizio delle utopie sociali ma, citando una sua definizione di Fotografia degna di questo nome, come un'opera d'arte fine a se stessa.

Così nel caldo metà luglio milanese del 2016 abbiamo deciso di affidare il recupero dei negativi e la loro scansione a Daniela Giordi e il suo Atelier per i Beni Fotografici di Torino. Il lavoro è stato diviso in tre lotti, è tuttora in corso e ci è stato da poco restituito il primo lotto di 2571 fotogrammi 24x36mm. Da pochissimi giorni sono on line le prime immagini uscite dall'Atelier ottimizzate e schedate dalla nostra redazione. Le operazioni di intervento per il restauro e la conservazione si sono attenute alle metodiche rispondenti ai criteri di reversibilità e idoneità, in linea con gli standard UNI e ISO per il restauro e la conservazione della fotografia, rispondenti a metodiche attestate e collaudate dalle Soprintendenze Ministeriali e dall'ICPAL (MIBAC) di Roma, enti preposti alla tutela dei beni oggetto dell'intervento. Le pellicole 24x36mm dopo il necessario periodo di acclimatamento nella sede dell'Atelier e dopo aver provveduto alla numerazione concordata insieme in precedenza, sono state srotolate e separate dal nastro pellicolare in strisce da 6 fotogrammi ciascuna, sono state spolverate e ciascuna striscia collocata all'interno di una pagina in poliestere a sette tasche, idonea per la lunga conservazione delle pellicole. Le pagine sono state collocate in un raccoglitore DOS ad anelli pure idoneo alla lunga conservazione.

La scansione digitale di ogni singolo fotogramma è stata effettuata tramite scanner digitale professionale Microtek ScanMaker 9800XL, idoneo per i materiali fotografici e documenti storici, effettuando il salvataggio dei file digitali in alta definizione da 40Mb circa, 16 bit per canale in scala di grigio a 4000 dpi. Questa definizione consente l'utilizzo del file immagine a fini editoriali (cataloghi, riviste ecc.) per uscite in stampa fino al formato di 31x48 cm e oltre (formato di categoria superiore per cataloghi d'arte) e di effettuare delle riproduzioni tramite stampanti digitali professionali e/o LAMBDA system a ingrandimenti fino al formato 60x40cm e/o superiore.

Il secondo lotto è tuttora in lavorazione ed è costituito da 1903 pellicole piane in formato 6x6 e 6x9 cm, infine il terzo lotto è costituito di circa 2701 fotogrammi, nuovamente 24x36 mm, differenti dai primi perché in origine già separati in strisce da sei. Dunque contando anche il materiale del primo lotto in totale le fotografie sono 7361, il numero tuttavia è ancora provvisorio in quanto la numerazione dell'ultimo lotto non è ancora definitiva. In redazione stiamo procedendo alacremente alla schedatura e scorrendo le immagini, ci troviamo a condividere pienamente la descrizione di Fabrizio Urettini che nel 2009 nella sua prefazione al catalogo dopo aver lavorato alla selezione delle istantanee per comporre la mostra dice di scoprire «...il piacere di Gilardi per la sperimentazione e anche per quel carattere ibrido dell'immagine (...). Alcune fotografie hanno un'impostazione pubblicitaria, altre riportano alle atmosfere dei photographers de rue francesi, mentre altre fanno pensare alla fotografia costruttivista russa e altre ancora suggeriscono le atmosfere oniriche della fotografia surrealista...» la somma di quello che Ando riteneva essere la vera fotografia.

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