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Immagini » Reportage » Scheda Progetto

CONSTRUCTIONS
Autore: skymon.mars - Pubblicato il 11/04/10 - Categoria Reportage
Quello che presento è una analisi di un particolare aspetto della società giapponese, che ho avuto modo di approfondire con
mia personale impronta critica, durante un viaggio della durata di due mesi, e che mi ha dato modo di ingrandire la mia
visione sulle società in generale considerate maggiormente sviluppate, in termini di potenziale economico e di densità di
popolazione.
Cio che vi presento è un portfolio dal titolo "Constructions" diviso in due set, il primo chiamato "We are (NOT) alone"
composto da 8 fotografie e 8 relativi scritti, ed il secondo chiamato "We are (NOT) together" composto anch'esso da 8
fotografie.
Ho riflettuto a lungo sul titolo globale e su quello dei relativi set, poichè sono la chiave di lettura della mia esperienza.
Il tema delle costruzioni dev'essere visto sotto due aspetti, il primo, quello delle costruzioni intese come infrastrutture
di qualunque tipo, tese alla realizzazione e allo svolgersi dei normali aspetti quotidiani della vita all'interno della
società e di tutti i suoi processi. (Trattato in We are (NOT) together). Il secondo aspetto prevede invece che il termine
costruzioni sia inteso nel suo riferimento sociologico-culturale.
Le costruzioni come procedimento socio-culturale che plasma le coscienze individuali rendendole tutte elementi simili, come
costrutti, per via della conseguente perdita dell'aspetto umano dell'intimità, inteso in tal senso proprio come elemento
costitutivo imprescindibile per poter definire un individuo come essere pensante. (Trattato in We are (NOT) alone).
Veniamo ai due set.

Nella prima serie, intitolata "We are (NOT) alone" voglio lasciarvi osservare come ci sia una totale spersonalizzazione degli
individui. La loro unicità, la loro intimità viene meno in funzione di cosa rappresentano, ed il luogo nel quale tale
mestiere professano. Non vi è più introspezione, non vi è la possibilità di conoscere tali persone nella loro sfera privata,
esse sono trasposizione pura della società, riespressa negli elementi costitutivi della stessa.
Vediamo come il business-man nel treno non ci mostri la sua faccia, essa è nascosta niente meno che da un giornale
finanziario, quasi a prolungare un collegamento costante col proprio lavoro anche al di fuori di esso. Queste persone
continuano a recitare la parte di ciò che rispecchiano e non vi è via d'uscita. Il pubblico entra nel privato e mai il
contrario.
Il titolo di questa serie è volutamente ironico, proprio in un contesto così densamente popolato come quello in cui ho
vissuto, io rifletto sul fatto che nonostante si manifesti ai miei occhi una cosi grande collettività di persone, con la
conseguente interconnessione di scambi che ne deriverebbero, non posso non notare al contrario la perdità dell'intimità, la
perdita dell'introspezione che mi porta a guardare queste persone come ad esseri isolati, ciascuno nella propria sfera, e
dunque a ritenere formulata la risposta alla mia domanda, questa risposta mi dice che le persone intorno a me si sentono e
sono sole. "Siamo soli". Dove il (NOT) rimane solo per una visione sicuramente superficiale, a tesi del ragionamento per il
quale ad un così nutrito numero di persone corrisponde un proporzionale standard di vita qualitativamente superiore ed un
sistema sociale più elevato.
Assisto a questa grave perdita e osservo le persone spersonalizzarsi, divenire stereotipi dei propri ruoli. Vedo un
colpevole, che è la società stessa che ci si rivolta contro come un effetto collaterale della nostra richiesta di libertà e
di maggior potere, togliendoci l'aspetto umano più importante.
Costruite da noi le società si sono ingrandite a perdita d'occhio, ma non è avvenuto un rapporto speculare tra la vastità che
esse occupano sempre maggiormente e il rapporto umano fra gli individui che la costituiscono.
E' come se le società ad un certo punto si staccassero, e assumessero una propria identità, viva, che non riflette più le
volontà dei singoli individui, se non solo nei termini delle costruzioni materiali vere e proprie. E' come un gioco. Seguendo
le sue regole le persone si annullano mentalmente, non seguendole hanno uguale destino poichè escluse dall'unico cordone
ombellicale che le collega le une alle altre. Le persone non si toccano e viaggiano ciascuno sopra la propria idea di
società, che è la stessa per tutti, e che le costringe a giocare sole. La palla da bowling, così come nella rappresentativa
foto ed il suo relativo testo scritto, deve essere lanciata verso i birilli, inesorabilmente è l'unico motivo per il quale
sono stati creati. E' questo il gioco.
Allo stesso tempo è anche un grido silenzioso, interiore, che emerge nell'impossibilità di potersi conoscere, riscoprire l'un
l'altro. Questo tema è approfondito nei singoli 8 scritti che vi pregherei di notare e che rappresentano le rispettive 8
fotografie, dove con la mia immaginazione vi lascio di fronte ai personaggi e alle situazioni rappresentate per dar maggiore
forza emotiva e condurvi nel vivo delle mie riflessioni.

Nella seconda serie intitolata "We are (NOT) together", all'opposto vengono rappresentati luoghi totalmente privi della
presenza umana.
Queste ultime immagini sono inoltre legate tra esse dall'elemento notte, dalla condizione notturna nella quale non
casualmente sono state prodotte. La notte come arco temporale in cui si dorme e le città sono vuote, e ci si interroga
intimamente entro gli spazi delle proprie mura abitative, su chi siamo, perché esistiamo e dove stiamo andando.

Siamo quì in pieno riferimento a fronte di quello che prima intendevo riguardo alle costruzioni vere e proprie. Siamo davanti
al prodotto materiale creato dalle società, non più un prodotto vivente. In questo caso ciò che ci si presenta è la visione
di luoghi disabitati dalla presenza umana. Ma essi raffigurano chiaramente dei rimandi all'elemento umano, per via del fatto
che questi luoghi sono costruzioni, prodotti della società, per il suo normale svolgimento. La forma estetica
dell'alienazione. Possiamo vederli come scarti del procedimento di assimilazione che rende l'uomo uno stereotipo sociale, ed
eccoli dunque edifici, garage, rimesse o stazioni di servizio, che immobili rimandano ai loro creatori messaggi di segreta
intesa. Sappiamo per cosa li abbiamo costruiti, siamo dunque noi a dare un senso alle loro forme ma sono loro, una volta
operativi, a scandire le nostre vite, non più come uomini ma come elementi bio-meccanici di questo grande sistema, talmente
complesso da lasciare in me aperta una importante questione alla quale con questo portfolio ho cercato di darmi risposta. La
questione che vi pongo è questa:

"E' preferibile la presenza dell'uomo, ma annichilita e nascosta dietro il prodotto di se stessa, la società ed i suoi ruoli,
oppure la totale assenza umana, ma che comunque intravediamo e che rimane indelebilmente marchiata nella creazione delle
proprie costruzioni, poiché figlie del prodotto umano sociale, ed inutili e prive di senso senza di esso?"



Queste ultime immagini sono inoltre legate tra esse dall'elemento notte, dalla condizione notturna nella quale non
casualmente sono state prodotte, la notte come arco temporale in cui si dorme e le città sono vuote, e ci si interroga
intimamente entro gli spazi delle proprie mura abitative, su chi siamo, perché esistiamo e dove stiamo andando.


Simone Marchetti
Gradimento: Ottimo Lavoro
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