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Immagini » Fine Art » Scheda Progetto

Fughe, Omaggio a Fernando Pessoa
Autore: Gabriele Croppi - Pubblicato il 13/10/08 - Categoria Fine Art
Gabriele Croppi ama il paradosso e non lo nasconde: ”Ho sempre interpretato l’uso del paradosso come un estremo atto di ricerca di libertà”, afferma in una lettera a me indirizzata da Lisbona, il 25/2/2002.
In perfetto accordo con quest’affermazione perentoria, vanno lette le altre sue dichiarazioni di poetica (gusto per la libertà combinatoria, amore per le citazioni, attenzione costante alla storia della letteratura, ecc.) con un’unica finalità: evitare quello che, ai suoi occhi, sembra costituire il pericolo per antonomasia: un’interpretazione univoca e limitante delle immagini, per loro natura polisemantiche. Ricordo, in particolare, di avere lungamente discusso con lui l’opportunità di inserire nel presente libro un’immagine scattata in Brasile, che ritrae un bambino sorridente davanti a un cartello stradale. Ora, a dire dell’autore, la presenza stessa della scritta “Manaus” avrebbe il potere di condizionare irreparabilmente l’interpretazione, indirizzando il fruitore su un percorso obbligato di senso, vincolandolo nella lettura, ponendogli ostacoli alla fantasia. Non ho mai mancato di esprimere a chiare lettere il mio dissenso e noto, non senza soddisfazione, che la fotografia “incriminata”è stata infine inserita nella serie di “Fughe”, appartenendo, a pari titolo delle altre, alla lunga serie di “paesaggi interiori” che Gabriele Croppi ha iniziato da tempo, direi da sempre, anche quando ha creduto (ma lo avrà mai creduto veramente?) di essere l’erede diretto dei grandi fotografi di reportage. Perché in realtà, ben pochi sono meno reporter di lui, ben pochi sono coloro che hanno scattato sempre, con tenacia e determinazione, il proprio autoritratto, attenti solo ai “movimenti interiori”, al racconto delle proprie emozioni, a cogliere ciò che il nostro spirito cosciente non riesce a vedere, ma solo a percepire indistintamente.
Viene subito spontaneo, a chi frequenti i territori della fotografia contemporanea, l’accostamento al lavoro di Michael Ackerman, come Croppi altro “finto” reporter, interessato non alla riproduzione della realtà bensì alla dimensione dell’inconscio: in una parola, teso a “sfondare”il limite fra visibile e invisibile, reale e immaginario o, per meglio dire, a fare del campo onirico l’unica “realtà” degna di essere rappresentata.
Non è stato forse Pessoa, scelto non a caso come nume tutelare dell’intero progetto di “Fughe”, a ricordarci che la realtà è suprema finzione? Ovvero che l’unica realtà è data dall’immaginazione? Afferma infatti Pessoa:”Considero mie, con maggiore consanguineità e intimità, talune figure che sono scritte nei libri, certe immagini che ho conosciuto nelle illustrazioni, più di molte persone che sono considerate reali, che sono fatte di quell’inutilità metafisica chiamata carne ed ossa” (Il libro dell’inquietudine, p.53). Basterebbero queste parole, da sole, per suggerirci un ulteriore, ineludibile paradosso di “Fughe”: un libro il cui titolo potrebbe ingannevolmente farci pensare ai viaggi esotici cari alle agenzie turistiche e all’immaginario collettivo condizionato dalla pubblicità e che invece si dipana in una sequenza di immagini senza tempo e senza riferimenti geografici precisi. Ovvero, per essere più precisi, la dimensione dell’Altrove che il titolo sembra suggerire rinvia alla parte oscura di noi, ai territori, senza confini, della sensazione e del sogno. Perché se è vero, come ci ricorda lo psicanalista Jean-Baptiste Pontalis nel suo ultimo libro, che “le reve est une pensée qui ne sait pas qu’elle pense” (En marge des jours, Gallimard, p.85), sarà soltanto in quest’ottica e in questo movimento verticale (che con Freud potremmo chiamare di condensazione) che l’opera del nostro giovane artista andrà letta e apprezzata.
Gabriele Croppi è, credo, un autore mentalmente affascinato dal barocco ma i suoi esiti espressivi lo sono molto raramente, non avendo egli di mira quegli effetti di ridondanza, stupore e meraviglia così teorizzati e ricercati dagli artisti che al barocco hanno dato vita o almeno guardato come fonte diretta di ispirazione. Al contrario, è spesso presente in Croppi un tentativo di riduzione dell’immagine a puro effetto grafico o semplice traccia di luce e di ombre. Come il Piranesi visionario delle Carceri, egli distrugge per creare, elimina per avere, toglie per ricomporre, dà libero sfogo ai propri fantasmi interiori.
A volte poi è la poetica dello straniamento, cara ai formalisti russi (ritrarre o descrivere una cosa come se la si vedesse per la prima volta, rendendo difficile al fruitore la percezione dell’oggetto) a prendere il sopravvento, come si può facilmente osservare nelle ultime immagini del libro. Altre volte ancora, l’autore sembra volerci ricordare che non esistono volti ma soltanto maschere o, meglio, come già sapevano i Greci antichi che indicavano con una sola parola, pro’sopon, la maschera, il volto e la persona, c’è più di una relazione sotterranea tra la maschera e l’identità.
La fotografia di Gabriele Croppi è tutto fuorché immediata e impressionistica ma si nutre di fitti rimandi intertestuali (a volte forse inconsci) e procede sovente, come s’è già detto, per “accumulazioni” letterarie e poetiche. Lungi dalla tentazione (banale) di volere illustrare un testo, il fotografo dimostra che la nostra identità è il nostro modo di vedere le cose: in perfetta sintonia con una nota parabola di Borges che parla di un pittore che descrive paesaggi-alberi, monti, fiumi-e alla fine si accorge di avere dipinto il proprio autoritratto, e non perché abbia deformato oggettivamente la realtà ma perché il suo essere consiste esattamente nel modo in cui egli guarda la realtà, in cui egli vive l’esperienza degli altri.
Partendo da queste premesse, non avrà allora molto senso interrogarsi sulle influenze figurative delle immagini di “Fughe”. L’universo immaginale di Gabriele Croppi è sicuramente fitto e complesso (tra i richiami più evidenti, andranno almeno ricordati il De Chirico del periodo metafisico, ispiratore degli splendidi paesaggi urbani, la poetica del surrealismo, molto amata dall’autore, certe visioni desolate di Edward Hopper, ecc.) ma è la finalità che predomina: creare situazioni di forte impatto visivo e netto impianto teatrale dove le categorie di vero e di falso, di realtà e invenzione si (con)fondono continuamente, obbligandoci a fare i conti con l’universo delle nostre emozioni.
“Ogni grande scoperta si compie solo per metà nel cerchio illuminato della mente cosciente, per l’altra metà nell’oscuro recesso del nostro essere più interiore, ed è innanzi tutto uno stato d’animo alla cui estremità sboccia il pensiero come un fiore”(Robert Musil-I turbamenti del giovane Torless-Einaudi ). Non saprei trovare epigrafe migliore per questa ricerca che, postulando il mondo immaginario come sola verità, ricorda un po’ a tutti la nostra drammatica condizione di uomini contemporanei, costretti alla simulazione e all’artificio, uniche e disperate risposte all’impossibile rispecchiamento tra noi e il mondo.
Roberto Bertinotti

Gradimento: Ottimo Lavoro
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Commenti:
16/02/12 09:41
il lavoro che piu' mi ha impressionato. suggestivo etereo onirico. Capolavoro. GRAZIE!
09/04/09 15:08
complimenti. bellissimo lavoro in bn. davvero affascinante
1 pagina: 1
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