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Immagini » Fine Art » Scheda Progetto

Visions
Autore: Gabriele Croppi - Pubblicato il 13/10/08 - Categoria Fine Art
VISIONI


Il mio procedimento è quello dei pittori: disegno, ossia scrivo i contorni di un testo; poi sviluppo, procedo per strati successivi; il che comporta necessariamente contraddizioni, incapacità, contrasti; è un rischio da correre, un rischio che corro.
Che cosa fa, invece, uno spirito coerente? Enuncia una definizione da cui non intende recedere; viola il problema di cui tratta, lo forza sempre. La logica ci guadagna, la vita ne soffre. Anche lui corre dei rischi.

E.M. Cioran







di Gabriele Croppi

Ci sono generazioni e generazioni. Ognuna di esse ha i propri fantasmi, le proprie utopie. I propri limiti. A volte cresce il desiderio (e con esso, l’impossibilità frustrante) di rinnegare la generazione cui si appartiene. E questo può avvenire per i più disparati motivi, il più delle volte legati a debolezze fisiologiche: e per la necessità di limitare i danni cui porterebbe una pesante autocritica e una conseguente crisi esistenziale; e per la consolidata diffusione di un “narcisismo patologico” che sembra costituire la cifra del periodo storico in cui viviamo (Alexander Lowen). Non vanno dunque ignorati gli effetti auto-consolatori ed auto-giustificatori del sentimento di non-appartenenza alla propria generazione: un atto di debolezza, un paradosso darwiniano in cui “sentire la diversità dei propri simili rispetto a se stessi” è tanto salvifico quanto antitetico al “sentirsi diversi rispetto ai propri simili”.


Ci sono generazioni e generazioni. E fra queste, la mia: fondata sul mito anacronistico dell’invenzione e dell’originalità, dello sperimentalismo fine a se stesso e della vergogna delle proprie radici. In un’epoca (assai lontana da quella del sogno modernista) in cui la sete di novità, dell’affermazione di un’identità propria e di un “omologato rifiuto dell’omologazione”, sembrano essere bandiere inamovibili. Un fenomeno alimentato dal bisogno di “sensazionalismo” imposto dalla società massmediatica e divenuto incontestabilmente l’unico parametro regolatore del successo. In tale contesto resiste l’intramontabile mito dell’artista come personaggio romantico e della convinzione che (distorcendo un celebre slogan worholiano) l’”apparizione aumenti la reputazione”.


Ci sono generazioni e generazioni. Possono essere contestate, rinnegate, maledette. Si può arrivare al punto di chiamarsi fuori dal gioco e di isolarsi innalzandosi al di sopra di esse. Ma continueranno ad esistere e anzi, proprio perché socialmente dominanti, influenzeranno anche i detrattori più accaniti, enfatizzandone i dissensi e le prese di posizione.


Queste, le premesse di una ricerca e di un approccio all’arte che parte da ciò che rinnega e a cui per altro appartiene. Un approccio che prende le distanze da qualsiasi concetto aprioristico e che mette le proprie radici nel terreno della pura forma. In maniera più esplicita: prende le distanze da quella che viene definita “Arte concettuale”, opponendo a questa una forma di “concettualizzazione dell’arte” non più statica ed ingessata nei concetti e nei significati, ma dinamica e mutevole: libera, se vogliamo, dalle catene della coerenza e dell’univocità di pensiero e di interpretazione. O più semplicemente “viva”, così come doveva essere l’arte nella celebre metafora sartriana, rappresentata da una trottola che solo un interlocutore esterno era in grado di attivare.
Da questo “dinamismo” teorico e interpretativo, dai significati e dalle interpretazioni mutevoli, nasce il progetto di “Visioni”, una ricerca che si inserisce in una più vasta e decennale indagine sul rapporto fra fotografia ed altre arti.

Un rapporto, o meglio, un dialogo che offre diversi spunti teorici e programmatici.
Prima fra tutti, l’esigenza di definire un campo di influenze e di modelli da cui partire. Rinunciare, cioè, ai miti dell’originalità e dell’invenzione: non solo nel riconoscere le fonti, le influenze e i padri che in maniera più evidente hanno segnato ed influenzato l’opera in questione; ma nel tenere sempre vivo un senso di auto-analisi e di auto-critica, allo scopo di avvicinarsi a terreni più profondi e meno decifrabili delle influenze inconsce, così come quelli – secolari – su cui si fondano la nostra etica, la nostra morale ed il nostro senso estetico comune. E ancora: riconoscere l’importanza dell’influenza del caso: “del caso felice”, così come amava dire Picasso per demistificare l’aurea idealizzante in cui veniva immersa la sua opera.
In seconda battuta, si fa strada la necessità di annullare la distanza teorica fra naturalismo e soggettivismo, particolarmente sviluppata nei confini delle arti più giovani, come la fotografia ed il cinema. Partendo dalla consapevolezza dell’incomprensibilità della Realtà da parte dell’uomo, ancorato e limitato dalle proprie coordinate spazio-temporali, ai preconcetti maturati nel corso della propria esistenza, cui vanno certamente aggiunti quelli secolari della cultura di appartenenza di cui si accennava più sopra. È un concetto più volte rimarcato da Borges, secondo cui

Per non vedere non è obbligatorio essere ciechi o chiudere gli occhi; le cose le vediamo a memoria, come pensiamo a memoria riprendendo identiche forme e identiche idee .

Se è dunque possibile mettere in discussione l’oggettività dello sguardo di ciò che chiamiamo Realtà, rilevando nel processo una trasposizione simbolica e analogica del reale in una sfera più personale e certamente non standardizzata (così come richiederebbe l’ambizione di oggettività) e definita in buona parte dal proprio bagaglio esperienziale, ebbene, tale trasposizione può avvenire a più livelli, all’interno di ambienti più circoscritti e surrogati della Realtà comunemente intesa. Viaggiare in un libro, in un film, nei colori della tela di un’opera: cosa vuol dire tutto ciò, se non viaggiare all’interno delle proprie emozioni, dei propri ricordi e delle proprie speranze? Non è forse questo ciò che quotidianamente facciamo nella vita?

In conseguenza di tali premesse, appare evidente la “pretestuosità” dell’approccio e del dialogo fra fotografia e cinema, così come avviene nella serie di opere qui presentate. Un approccio strumentale, non didascalico: l’immagine proiettata di un film segna i confini di una realtà parallela a quella comunemente intesa, e come questa, esplorabile ed interpretabile nelle più disparate maniere. Se è vero che (è un concetto espresso da molti registi) “nella propria carriera, un regista non si limita che a girare sempre lo stesso film”, ebbene, ciò non impedisce allo spettatore di cercare, di vedere in quegli stessi film, le immagini e le situazioni che da sempre va cercando nella propria vita. Non stupisce allora che la serie “Visioni”, in una maniera che alcuni potranno forse giudicare irrispettosa, debba assai poco, dal punto di vista formale, ai registi cui questa prima serie si ispira: Lang, Welles, Tarkovskji, Wenders. Assai più evidente sembra essere la linea di continuità con le ricerche precedenti (gli omaggi a Borges e Pessoa, la serie – ancora in corso – ispirata alle periferie urbane di Sironi), a testimonianza di un approccio introspettivo assai distante dalla pratica citazionistica di matrice post-moderna.


È d’obbligo, infine, un ulteriore approfondimento sulla tecnica realizzativa adottata. Un procedimento che cela una pacata quanto implicita provocazione: un tentativo di arrivare ad un risultato estetico di tipo grafico-pittorico, utilizzando lo strumento della fotografia digitale, passando attraverso il cinema. La scelta della teconologia fotografica digitale, in un procedimento che non lascia nessuna traccia di riconoscibilità, ci spinge – per prima cosa – al rifiuto di una troppo semplicistica circoscrizione del digitale: e cioè, di quella convinzione diffusa ma infondata, che detta limiti estetici, e taccia la nuova tecnologia fotografica di “artificiosità” e “freddezza”, relegandone la funzionalità d’impiego al limitato campo di un’estetica iperrealista.
Non si vuole, con ciò, negare l’importanza dello “strumento” e l’indiscusso peso che esso assume per gli esiti formali dell’opera d’arte. Ma è doveroso, innanzitutto, sottolineare un primato della tecnica digitale , e cioè: quello di essere, fra i molti strumenti a disposizione di un artista contemporaneo, il meno vincolante, il più proteiforme: adattabile alle più svariate soluzioni formali.
Nell’analisi dell’utilizzo di uno strumento, andrebbe poi fatta un’ulteriore distinzione fra “scelta” ed “esplorazione” dello stesso. Laddove per “scelta” si intende un’operazione di tipo conservativo in cui l’artista si limita ad utilizzare lo strumento in funzione di ciò che conosce di esso e di ciò che si aspetta di ottenere dal suo utilizzo. Assai diverso è il concetto di “esplorazione”: un’operazione di tipo conoscitivo che può portare, in casi estremi, all’utilizzo di facili e virtuosistici espedienti, o a conclusioni idealizzanti come quella (denunciata in un recente saggio di Claudio Marra) di una presunta ”aristicità intrinseca” dello strumento in questione.
Nella ricerca “Visioni”, l’uso della tecnologia digitale è certamente di tipo conservativo. E ciò avviene sia nelle finalità estetiche prefissate (pittoriche e vicine ad alcune tecniche di grafica e di stampa tradizionale), sia nel processo di realizzazione: la trasposizione di un modus operandi stratificato, derivato dall’esperienza pittorica e fotografica di stampa in camera oscura. Si vedano, ad esempio, la scelta del tono di fondo, che rimanda a quello della carta solarizzata; i tocchi di luce, ottenuti un tempo con il paziente uso del ferricianuro di potassio; la scelta di una dominante di colore non invasiva, così come avveniva con le tradizionali tecniche di viraggio. In tutto ciò, la tecnologia digitale, sebbene utilizzata in maniera massiccia nell’intero processo realizzativo, è pressoché invisibile, conseguenza di un utilizzo funzionale e non spettacolare.

Milano, 27 Maggio 2007
























Gradimento: Buon Livello
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Commenti:
22/02/09 13:41
dario bruno scrive:
Il progetto è un po' confuso nella sua sequenzialità, tant'è che penso che le immagini prese singolarmente abbiano più forza rispetto alla loro presentazione in portfolio.
Devo comunque riconoscere che l'effetto finale è davvero interessante, mentre condivido l'intervento diStudio Fahrenheit nella sua prima parte non mi sento di sposarlo nella parte finale.
Un caro saluto all'autore.
06/11/08 10:27
Manca di coerenza per essere definito progetto. L'unico elemento unificante trovo sia il trattamento delle immagini. La tecnica qui a me sembra invece soverchiante, spettacolare fine a se stessa.
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