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U 238
Autore: Carlo Pettinelli
- Pubblicato il 17/06/09
U238 – Foto e testo di Carlo Pettinelli
Oltre 500 militari italiani reduci da missioni all'estero si sono ammalati in seguito alla contaminazione da “uranio impoverito“ (238U), 45 di loro sono deceduti. Molti studi autorevoli dimostrano che la contaminazione deriva dalla inalazione della nano-polvere tossica liberata dalle munizioni all’uranio 238 utilizzate in tutti i recenti conflitti. L’uranio impoverito è uno scarto del processo di arricchimento dell’uranio e viene utilizzato perché altamente “piroforico”, ovvero aumenta a dismisura il potere perforante delle munizioni. Il suo utilizzo diventa ancora più vantaggioso in quanto risolve il problema dello stoccaggio di una scoria nucleare. E’ la moderna alchimia: trasformare il piombo (per giunta radioattivo) in oro.
Quando un militare non muore in battaglia, ma in un letto di ospedale dopo una lunga degenza, la fotografia serve a poco. Le vittime sono scomparse silenziosamente e non c’è notizia, ne tanto meno una immagine efficace, per un soldato che muore come un “civile”. Il progetto U 238 nasce da una riflessione: esiste ancora uno spazio, non solo di indagine, ma di doverosa denuncia per un problema tanto controverso quanto trascurato. Lascio l’analisi scientifica a chi ha le competenze per stabilire le cause delle malattia, l’indagine prettamente giornalistica ai fotografi che riprendono sul campo i militari in azione (anche quelli che – troppo pochi – bonificano le zone di guerra proteggendosi con respiratori e tute bianche), quello che invece a me interessa è il silenzio in prossimità della notizia. Quello che si sente nelle case delle famiglie di chi è rimasto, nelle case dei militari ancora vivi che, più fortunati, possono ancora lottare con la malattia. Ho incontrato genitori, vedove, militari, in tutta Italia, e gli ho ritratti nelle loro case, per cercare l’autenticità delle loro vite. La vedo nelle stanze, negli oggetti comuni, nei volti che vogliono testimoniare solamente la loro esistenza, quella che nelle pagine dei media è spesso negata. Ho voluto dare fisicamente un volto a chi non ha spazio per raccontare il proprio dramma, semplicemente per testimoniare in maniera inequivocabile (con il mezzo fotografico) una presenza, nella generale assenza di interesse all'argomento (sia da parte di molti addetti ai lavori e sia – ed è più grave – da parte di molti media). Ho privilegiato il medio formato, cercando nell’inquadratura quadrata la simmetria di quei gesti minimi, gesti immutati e pose della quotidianità, che quando vengono negati mutano in tragedia. Senza ostentare una esclusiva giornalistica, ho cercato nella creatività propria del mezzo fotografico quel compito che, per la Fotografia che amo, è da secoli sempre lo stesso: testimoniare per ricordare. Carlo Pettinelli
L’abito bianco di una sposa presto vedova. La maglia assurdamente vivace di un padre dallo sguardo spento. Una famiglia ridimensionata seduta sul sagrato di una chiesa. Una parete decorata di medaglie che sovrasta un uomo in lotta solo contro la sua malattia. Una tenda che nasconde ma nello stesso tempo mostra una donna, spalla e forza del suo militare ancora aggrappato alla sua divisa come un corallo ha bisogno dell’oceano. Una mamma menomata da un dolore troppo grande, la perdita del figlio.
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L’obiettivo del fotografo diventa un microfono offerto a chi vive solo per continuare a testimoniare un’assenza. Sono uomini e donne trasformati senza volerlo in Cassandre: loro ci mettono la testimonianza, Pettinelli, il rigore di una Fotografia che non è fine a se stessa, ma disegna una speranza.
Stefania Divertito – giornalista e autrice del libro “Uranio il nemico invisibile”
Oltre 500 militari italiani reduci da missioni all'estero si sono ammalati in seguito alla contaminazione da “uranio impoverito“ (238U), 45 di loro sono deceduti. Molti studi autorevoli dimostrano che la contaminazione deriva dalla inalazione della nano-polvere tossica liberata dalle munizioni all’uranio 238 utilizzate in tutti i recenti conflitti. L’uranio impoverito è uno scarto del processo di arricchimento dell’uranio e viene utilizzato perché altamente “piroforico”, ovvero aumenta a dismisura il potere perforante delle munizioni. Il suo utilizzo diventa ancora più vantaggioso in quanto risolve il problema dello stoccaggio di una scoria nucleare. E’ la moderna alchimia: trasformare il piombo (per giunta radioattivo) in oro.
Quando un militare non muore in battaglia, ma in un letto di ospedale dopo una lunga degenza, la fotografia serve a poco. Le vittime sono scomparse silenziosamente e non c’è notizia, ne tanto meno una immagine efficace, per un soldato che muore come un “civile”. Il progetto U 238 nasce da una riflessione: esiste ancora uno spazio, non solo di indagine, ma di doverosa denuncia per un problema tanto controverso quanto trascurato. Lascio l’analisi scientifica a chi ha le competenze per stabilire le cause delle malattia, l’indagine prettamente giornalistica ai fotografi che riprendono sul campo i militari in azione (anche quelli che – troppo pochi – bonificano le zone di guerra proteggendosi con respiratori e tute bianche), quello che invece a me interessa è il silenzio in prossimità della notizia. Quello che si sente nelle case delle famiglie di chi è rimasto, nelle case dei militari ancora vivi che, più fortunati, possono ancora lottare con la malattia. Ho incontrato genitori, vedove, militari, in tutta Italia, e gli ho ritratti nelle loro case, per cercare l’autenticità delle loro vite. La vedo nelle stanze, negli oggetti comuni, nei volti che vogliono testimoniare solamente la loro esistenza, quella che nelle pagine dei media è spesso negata. Ho voluto dare fisicamente un volto a chi non ha spazio per raccontare il proprio dramma, semplicemente per testimoniare in maniera inequivocabile (con il mezzo fotografico) una presenza, nella generale assenza di interesse all'argomento (sia da parte di molti addetti ai lavori e sia – ed è più grave – da parte di molti media). Ho privilegiato il medio formato, cercando nell’inquadratura quadrata la simmetria di quei gesti minimi, gesti immutati e pose della quotidianità, che quando vengono negati mutano in tragedia. Senza ostentare una esclusiva giornalistica, ho cercato nella creatività propria del mezzo fotografico quel compito che, per la Fotografia che amo, è da secoli sempre lo stesso: testimoniare per ricordare. Carlo Pettinelli
L’abito bianco di una sposa presto vedova. La maglia assurdamente vivace di un padre dallo sguardo spento. Una famiglia ridimensionata seduta sul sagrato di una chiesa. Una parete decorata di medaglie che sovrasta un uomo in lotta solo contro la sua malattia. Una tenda che nasconde ma nello stesso tempo mostra una donna, spalla e forza del suo militare ancora aggrappato alla sua divisa come un corallo ha bisogno dell’oceano. Una mamma menomata da un dolore troppo grande, la perdita del figlio.
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L’obiettivo del fotografo diventa un microfono offerto a chi vive solo per continuare a testimoniare un’assenza. Sono uomini e donne trasformati senza volerlo in Cassandre: loro ci mettono la testimonianza, Pettinelli, il rigore di una Fotografia che non è fine a se stessa, ma disegna una speranza.
Stefania Divertito – giornalista e autrice del libro “Uranio il nemico invisibile”
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