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Calati nel Piombo Fuso, Gaza 2009
Autore: Aldo Soligno
- Pubblicato il 07/09/09
Aldo Soligno si fa portavoce di una nuova visione di Gaza partendo dalle storie di coloro che hanno raccontato le conseguenze del conflitto israeliano-palestinese durante l’offensiva Piombo Fuso per arrivare alla situazione di immediato post conflitto ed alla quotidianità forzata a sei mesi dalla fine dei bombardamenti.
Si tratta di coraggiosi reporter palestinesi, attivisti dei diritti umani, figli di redazioni ripetutamente bombardate, producer di emittenti quali BBC, Rai, Al Jaseera e Al Arabia con una necessita che li accomuna: raccontare.
Serrati dentro le redazioni ventiquattro ore su ventiquattro oppure riversati nelle strade, tra le macerie, sono stati portavoce degli attacchi indiscriminati sulla città e sui civili.
A causa della chiusura dei valichi israeliani, e l’impossibilità dei giornalisti stranieri di entrare, senza l’impegno di queste persone tutti i giornali sarebbero stati costretti a riferire della guerra di Gaza solo con i lanci delle agenzie di stampa o con qualche testimonianza ottenuta tramite intermittenti comunicazioni telefoniche.
Il Progetto presentato è la sintesi di un lavoro di 83 immagini completato in due tempi: Aprile per testimoniare l’immediato post attacco ed Agosto per documentare la situazione a sei mesi dalla fine dei bombardamenti.
Il lavoro si sviluppa tramite l’intreccio di quattro storie: i ritratti dei giornalisti palestinesi attivi durante il conflitto, le immagini degli stessi reporter, uniche testimonianze dirette di quei giorni , la situazione a sei mesi dall’offensiva (rappresentata in questa sintesi dai ritratti dei civili colpiti), e le macerie dell’immediato post-attacco.
Attraverso l’alternanza di rimandi fra narratori e narrazione, il progetto fotografico intende schiudere le porte ad una Gaza immersa in una surreale quotidianità fatta di grandinate di razzi e calcinacci, di polvere e tiri al bersaglio, di paura e di lacrime che squarciano irrimediabilmente l'aria, che lacerano ogni artefatto culturale e sociale.
Fra gli scheletri delle case, degli ospedali, delle sedi di giornali ed emittenti radiotelevisive restano solo i ricordi di una vita normale e i frantumi di un sentimento di umana pietà.
Nel grigio silenzio del post-conflitto c’è chi ancora brucia di indignazione e grida la sua verità al resto del mondo già dimentico.
Si tratta di coraggiosi reporter palestinesi, attivisti dei diritti umani, figli di redazioni ripetutamente bombardate, producer di emittenti quali BBC, Rai, Al Jaseera e Al Arabia con una necessita che li accomuna: raccontare.
Serrati dentro le redazioni ventiquattro ore su ventiquattro oppure riversati nelle strade, tra le macerie, sono stati portavoce degli attacchi indiscriminati sulla città e sui civili.
A causa della chiusura dei valichi israeliani, e l’impossibilità dei giornalisti stranieri di entrare, senza l’impegno di queste persone tutti i giornali sarebbero stati costretti a riferire della guerra di Gaza solo con i lanci delle agenzie di stampa o con qualche testimonianza ottenuta tramite intermittenti comunicazioni telefoniche.
Il Progetto presentato è la sintesi di un lavoro di 83 immagini completato in due tempi: Aprile per testimoniare l’immediato post attacco ed Agosto per documentare la situazione a sei mesi dalla fine dei bombardamenti.
Il lavoro si sviluppa tramite l’intreccio di quattro storie: i ritratti dei giornalisti palestinesi attivi durante il conflitto, le immagini degli stessi reporter, uniche testimonianze dirette di quei giorni , la situazione a sei mesi dall’offensiva (rappresentata in questa sintesi dai ritratti dei civili colpiti), e le macerie dell’immediato post-attacco.
Attraverso l’alternanza di rimandi fra narratori e narrazione, il progetto fotografico intende schiudere le porte ad una Gaza immersa in una surreale quotidianità fatta di grandinate di razzi e calcinacci, di polvere e tiri al bersaglio, di paura e di lacrime che squarciano irrimediabilmente l'aria, che lacerano ogni artefatto culturale e sociale.
Fra gli scheletri delle case, degli ospedali, delle sedi di giornali ed emittenti radiotelevisive restano solo i ricordi di una vita normale e i frantumi di un sentimento di umana pietà.
Nel grigio silenzio del post-conflitto c’è chi ancora brucia di indignazione e grida la sua verità al resto del mondo già dimentico.
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