FOTOGRAFIA COME VITA

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La fotografia, in fondo, somiglia alla vita.
Non per ciò che mostra, ma per ciò che impone.
Chi sceglie di fotografare con consapevolezza sa che ogni gesto è un atto di rinuncia: non esiste l’immagine perfetta, così come non esiste la vita immaginata da bambini; intatta, luminosa, priva di incrinature.
Esiste solo ciò che è, e il modo in cui decidiamo di accoglierlo.
Anche nella fotografia, la condizione ideale è un miraggio.
La luce non è mai quella che vorremmo, le ombre si allungano dove non le abbiamo invitate, il mondo non si dispone per compiacerci.
E allora si sceglie.
Si media.
Si accetta.
È proprio in questo spazio imperfetto che nasce lo sguardo del fotografo: nella capacità di trovare un equilibrio possibile, non perfetto; una verità, non una finzione.
Senza artifici, senza inganni.
Così accade anche nella vita.
Ci muoviamo dentro situazioni che non possiamo riscrivere, che non si piegano al nostro desiderio. Possiamo solo attraversarle, sostarvi, comprenderle e trarne il massimo possibile, sapendo che sarà sempre, inevitabilmente, un compromesso.
Per questo la fotografia, quella nuda, essenziale, fatta con la sola macchina, è una palestra di esistenza.
Non concede repliche.
Non permette di alterare ciò che è.
Ti costringe a guardare, a restare, a scegliere.
E forse è proprio per questo che la amo.
Perché mi educa a non fuggire, a non cercare scorciatoie.
Mi insegna ad affrontare la realtà per ciò che è; e, dentro di essa, a trovare comunque un’immagine degna di essere salvata.
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