Scattare una fotografia è, in fondo, un gesto quasi impercettibile, eppure definitivo, dirimente.
Un tempo, quando si premeva il pulsante di scatto, le possibilità erano poche, essenziali: verificare la corretta esposizione (quella che conduce il soggetto verso il suo equilibrio attorno al grigio medio) e decidere se scattare. Al massimo, concedersi una variazione: uno, due, persino tre stop di sovra o sottoesposizione.
Nulla di più.
Le combinazioni possibili erano vincolate da limiti fisici invalicabili imposti da quella grammatica fondamentale che è il triangolo dell’esposizione: tempo, diaframma, ISO.
Poi è arrivata la tecnologia.
Le modalità “Program”, primi tentativi di delegare alla macchina la scelta dell’accoppiata tempo/diaframma.
Poi le scene preimpostate.
Poi il digitale.
Poi l’intelligenza artificiale.
Eppure, la fotografia, per quanto possa infastidire i cultori del progresso a ogni costo, gli innovatori compulsivi, i feticisti della tecnologia, resta, per fortuna, un atto semplice, lineare.
Basta aprire il menu di una moderna fotocamera: un labirinto che sembra richiedere competenze da ingegnere informatico. Le possibilità di intervento su esposizione, messa a fuoco, resa cromatica sono virtualmente infinite.
Ma, a ben vedere, sono solo illusioni.
Perché il momento dello scatto si gioca ancora, inevitabilmente, sull’equilibrio di quel triangolo originario. Tutto il resto è contorno.
Ci hanno abituati a inseguire l’istogramma, a credere che l’immagine perfetta sia quella che disegna una curva impeccabile, una Gauss armoniosa: neri profondi, bianchi puri, e nel mezzo una distribuzione ordinata dei grigi o dei colori.
Ma chi lo ha stabilito?
Personalmente, l’istogramma non lo guardo mai. Né in fase di ripresa, né a maggior ragione in fase di sviluppo.
Una fotografia è riuscita quando restituisce ciò che l’autore ha visto, o sentito, nel momento dello scatto. E per arrivare a questo, le infinite funzioni della macchina servono a poco: il risultato sarà sempre e comunque una relazione tra tempo, diaframma e ISO. Da questa triade non si sfugge.
Forse, a voler essere onesti, l’unica vera “alchimia” che conserva un senso è il bracketing: la possibilità di esplorare più interpretazioni della stessa scena, variando l’esposizione di frazioni o multipli di stop. Una ricerca, più che un controllo.
Tutto il resto è inganno tecnologico.
L’illusione di un controllo che, in realtà, non possediamo.
Per questo, se posso permettermi un suggerimento: semplificate.
Disattivate il superfluo.
Scattate in manuale, oppure lavorate con le priorità di tempo o diaframma.
E, se necessario, affidatevi all’esposizione a forcella.
Ma non cedete al miraggio del controllo assoluto.
In fotografia, come nella vita, non è mai esistito.
