E’ appena uscito questo nuovo libro di Mario Greco, che consegna al lettore un’opera che va ben oltre la semplice documentazione di una pratica pastorale antica. Il libro si configura come un viaggio nella memoria collettiva, un racconto visivo e umano che restituisce dignità a un mondo spesso relegato ai margini della modernità. Attraverso immagini, testimonianze e una profonda sensibilità antropologica, Greco racconta la transumanza non come residuo del passato, ma come esperienza ancora capace di parlare al presente.
Transumanze dello sguardo, di Attilio Lauria
“La fatica del cammino è alle spalle, l’aria radiosa di complicità e di primavera. Abbandonato fra l’erba appena pungente dei narcisi, lo scampanio cadenzato delle mucche a cullare da una lontananza che forse è solo un’eco della memoria, tutto sembra sospeso in quel momento inutile e perfetto.
È lo state of mind che chiude il viaggio, l’istantanea in cui mi immagino al termine di un cammino percorso insieme alle foto colte negli anni da Mario Greco che chiedono ora di farsi racconto, scrollandosi la patina della sola documentarietà. E dunque, una foto simbolo dello smontare e rimontare che fa il mestiere del curatore, rompendo qui il flusso lineare di partenza, attraversamento e arrivo della transumanza per poi rimontarlo secondo logiche che non appartengono alla geografia né al tempo.
Nello slittamento di senso delle immagini il gesto curatoriale diventa così una forma di transumanza parallela, un gesto che non è neutro né illustrativo, ma un atto di interferenza consapevole, un’operazione selettiva e inevitabilmente parziale che alla logica della successione sostituisce quella della relazione. Non più legate a un prima e un dopo, le immagini si attraggono secondo criteri concettuali, simbolici o sensoriali, in un montaggio che non restituisce il viaggio, ma ne produce una nuova esperienza in cui il percorso originario resta sullo sfondo come traccia della memoria. Ciò che emerge è un cammino alternativo a quello fisico, tracciato nello spazio della lettura e dello sguardo, costringendolo a inciampare, a rallentare, sostare, così che come accade ai corpi in movimento, anche lo sguardo è chiamato a fare fatica, conferendo a quell’attraversamento il proprio personalissimo senso.
Nel rendere un libro fotografico un’opera compiuta, molto più che una semplice raccolta di immagini, occorre poi misurarsi con l’impaginato, struttura narrativa che nell’alternanza – di formati, di bianconero e colore – crea un ritmo visivo ed emotivo essenziale quanto le singole immagini, una sintassi che nel suo procedere organizza le fotografie in frasi e passaggi tematici.
Come la relazione fra uomo e cane che introduce significativamente questo viaggio, colta da Mario Greco con una sensibilità antispecista dettata dalla propria indole, piuttosto che da una contingenza animalista à la page: c’è qualcosa di solenne e commovente nello sguardo vigile e nella postura sempre all’erta di questi ritratti, in cui si riconosce l’intensità di un’alleanza antica. Un rapporto fatto di migliaia di anni di collaborazione, di addestramento trasmesso di generazione in generazione, di istinti affinati dalla selezione e dall’esperienza. Come altrettanto fieri appaiono i volti dei bovari, cui l’Autore conferisce una dignità monumentale, esaltata dalla sottrazione scultorea del bianco e nero.
Figli di una “restanza” che forse sarà anche la loro, un’attenzione particolare è riservata ai bambini, ritratti nel progressivo inserimento nel mondo della transumanza, con il gioco che diventa strumento di apprendimento informale attraverso cui si interiorizzano ruoli, gesti e responsabilità. L’esperienza del cammino, la presenza costante degli adulti, l’osservazione diretta trasformano la transumanza in un dispositivo educativo in cui il sapere si trasmette senza separazione netta tra lavoro, vita quotidiana e crescita. Nello sguardo paziente e partecipe di queste immagini, capace di restituire la dimensione educativa della transumanza senza mai forzarla, emerge così un’esperienza di crescita condivisa, in cui lavoro, vita e infanzia si intrecciano senza bisogno di essere spiegati.
Quanto al paesaggio, non si mette in posa e non sorride all’obiettivo; è fatto di atmosfere più che di vedute, di spazi che si percepiscono prima ancora di vedersi: l’aria tagliente dell’alba, il rumore sordo dei passi, la terra che non è mai davvero neutra ma trattiene memoria, fatica, passaggi antichi. La natura non fa da sfondo decorativo all’esperienza umana, ma la ingloba; è un paesaggio attraversato, consumato, che restituisce una dimensione arcaica e concreta, in cui l’uomo è ospite temporaneo, costretto ad adattarsi ai ritmi lenti e implacabili del territorio. Una scelta, questa di Mario, che rende il paesaggio evocativo, allusivo, spesso più suggerito che descritto, nella convinzione che certe terre non si raccontano, si attraversano. Oltre a rappresentare il contatto costante tra mondi diversi, quello pastorale e quello sedentario, l’attraversamento di boschi e paesi è un atto conoscitivo: camminare significa riconoscere, ricordare, rinnovare il legame con il territorio. In questo senso, la transumanza produce paesaggio tanto quanto lo attraversa.
Dunque il lavoro di Greco si sottrae al gesto estrattivo della fotografia documentaria per esplorare la transumanza come esperienza; non la fissa in una forma definitiva, ma ne abita le fatiche, le voci, i ritmi. Il suo è uno sguardo che procede per accumulazione di presenze, per densità emotiva, per stratificazioni di senso che si depositano lentamente. In questa scelta di stare dentro, di accettare la lentezza come metodo e la ripetizione come forma di conoscenza, Greco restituisce qualcosa di più profondo di un reportage: la qualità del tempo pastorale, il peso del gesto ripetuto migliaia di volte, la tessitura invisibile dei legami tra corpi, animali e terra. Le sue immagini non sono finestre su un mondo remoto, ma soglie da attraversare; non offrono la distanza rassicurante dell’osservatore esterno, ma chiedono al lettore di farsi compagno di strada, di accettare a sua volta un ritmo che non è quello della fruizione veloce, ma della sosta, dell’indugio, della relazione.
Mario Greco non pretende di spiegare la transumanza, e nemmeno di monumentalizzarla, trasformandola in icona nostalgica del passato; ne custodisce piuttosto la complessità irriducibile, rispettandone la fragilità presente. In fondo, la transumanza è anche una metafora potente della condizione umana, e forse è proprio qui che risiede la forza più duratura e necessaria di questo lavoro.”
Rubettino Editore, https://www.store.rubbettinoeditore.it/catalogo/transumando/
