Oltre la dicotomia: quale spazio per la fotografia contemporanea? Una riflessione sul rapporto tra fotografia, autorialità e riconoscimento

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C’è una riflessione che vorrei condividere e che riguarda il modo in cui oggi viene percepito e rappresentato il mondo della fotografia.

La mia impressione è che la fotografia contemporanea si trovi spesso compressa tra due estremi molto distanti tra loro.

Da una parte c’è quella che potremmo definire una visione spettacolarizzata dell’immagine fotografica: una produzione enorme di fotografie che circolano soprattutto sui social network, realizzate sempre più spesso con smartphone e sottoposte a importanti elaborazioni digitali. Immagini perfette, estremamente curate, spettacolari, sensazionalistiche, costruite per catturare immediatamente l’attenzione.

Non è la tecnologia in sé a rappresentare il problema. Il punto è ciò che accade quando l’immagine viene costruita principalmente per produrre un effetto, per stupire, per essere consumata rapidamente.

In questo modo si rischia di perdere progressivamente il significato della fotografia come sguardo, interpretazione e linguaggio, riducendola a una produzione di immagini sempre più sofisticate dal punto di vista tecnico e visivo.

All’estremo opposto troviamo quella che viene generalmente definita fotografia d’autore.

È la fotografia riconosciuta dalla critica, dai curatori, dai recensori e dagli ambienti istituzionali. È quella che entra nelle gallerie, nei festival, nelle pubblicazioni specializzate e nei percorsi della cultura fotografica riconosciuta.

È una fotografia che possiede, per così dire, un proprio pedigree culturale e autoriale.

Tra questi due estremi, tuttavia, mi sembra che esista un grande spazio intermedio.

Ed è proprio questo spazio che mi interessa.

Il grande spazio intermedio

In questo territorio esiste infatti un numero enorme di fotografi che hanno talento, sensibilità, idee, capacità tecniche e, soprattutto, qualcosa da dire.

Sono persone che sviluppano progetti personali, cercano un proprio linguaggio, osservano la realtà con attenzione e spesso producono lavori di grande interesse.

Eppure, molti di loro rimangono sostanzialmente ai margini dei circuiti della fotografia riconosciuta.

Non necessariamente perché il loro lavoro sia privo di qualità, ma perché non riescono ad accedere a quei contesti attraverso i quali quella qualità viene individuata, raccontata e valorizzata.

È come se esistesse una soglia.

Da una parte ci sono milioni di immagini continuamente prodotte e consumate; dall’altra gli autori riconosciuti, quelli che hanno conquistato uno spazio all’interno del sistema della fotografia contemporanea.

Nel mezzo ci sono moltissime persone che fotografano seriamente, studiano, elaborano progetti, cercano una propria identità e avrebbero bisogno semplicemente di un’occasione per essere viste.

E questo, a mio avviso, costituisce un problema culturale.

Chi decide che cosa merita di essere visto?

La questione diventa allora più ampia.

Chi stabilisce che cosa è fotografia di qualità?

Chi decide quali fotografi meritino di essere esposti, raccontati, recensiti e pubblicati?

Naturalmente non penso che tutto debba essere esposto o che qualsiasi fotografia abbia automaticamente lo stesso valore di un’opera riconosciuta.

La qualità deve essere valutata. Il confronto critico è necessario. La cultura fotografica ha bisogno di strumenti di selezione, di analisi e di approfondimento.

Il problema nasce quando, però, la selezione diventa una barriera d’accesso.

Quando il riconoscimento dipende più dall’appartenenza a un determinato circuito che dalla capacità effettiva di proporre un lavoro interessante.

In questo senso trovo significativo il caso delle gallerie e degli spazi espositivi pubblici.

Pensiamo, per esempio, alla situazione di una grande città come Roma.

L’impressione è che per poter accedere a determinati spazi sia spesso necessario possedere già una riconoscibilità, una storia, un curriculum, una presenza nel mondo della critica e dell’arte contemporanea.

È come se, per poter essere ammessi al sistema, fosse necessario essere già stati ammessi al sistema.

Ed è proprio questo paradosso che rischia di lasciare fuori molti fotografi.

Non necessariamente grandi fotografi.

Ma sicuramente fotografi che meriterebbero almeno di essere guardati.

Il ruolo dell’associazionismo fotografico

È qui che, secondo me, può assumere un’importanza fondamentale il mondo dell’associazionismo fotografico.

Circoli, associazioni, gruppi fotografici e realtà culturali possono svolgere una funzione che va molto oltre la semplice organizzazione di corsi o uscite fotografiche.

Possono diventare luoghi di crescita, confronto e legittimazione culturale.

Possono offrire uno spazio a chi sta cercando il proprio linguaggio, aiutare un fotografo a trasformare una serie di immagini in un progetto, favorire il confronto con altri autori e creare occasioni di discussione, mostre e pubblicazioni.

Ma soprattutto possono fare una cosa fondamentale: portare alla luce ciò che normalmente rimane invisibile.

Un’associazione dovrebbe essere anche questo: un luogo nel quale una persona possa far emergere il proprio lavoro non perché qualcuno le abbia attribuito l’etichetta di “autore”, ma perché quel lavoro è stato osservato, discusso e messo in relazione con quello degli altri.

Creare occasioni, non nuove gerarchie

Non credo che la soluzione sia creare un nuovo sistema gerarchico.

Non abbiamo bisogno di sostituire un’élite con un’altra.

Abbiamo bisogno, piuttosto, di moltiplicare le occasioni.

Occasioni per mostrare.

Occasioni per confrontarsi.

Occasioni per ricevere una critica.

Occasioni per sbagliare.

Occasioni per crescere.

Occasioni, soprattutto, per permettere a un progetto fotografico di incontrare qualcuno disposto a guardarlo davvero.

La fotografia non dovrebbe essere soltanto ciò che è già stato riconosciuto.

Dovrebbe essere anche ciò che sta cercando di farsi riconoscere.

In questo senso il ruolo di chi si occupa di cultura fotografica diventa particolarmente importante: non soltanto conservare e celebrare ciò che già conosciamo, ma anche cercare ciò che ancora non conosciamo.

Una fotografia più aperta

Forse dovremmo quindi immaginare una cultura fotografica più aperta, capace di mettere in comunicazione mondi differenti.

Da una parte la fotografia popolare e quotidiana, quella che attraversa i social e la vita di milioni di persone.

Dall’altra la fotografia d’autore, la ricerca, la fotografia contemporanea e i suoi circuiti istituzionali.

E, nel mezzo, un territorio vastissimo fatto di fotografi, progetti, esperienze e linguaggi che aspettano semplicemente di essere scoperti.

Non tutto ciò che è sconosciuto è necessariamente valido.

Ma tutto ciò che è sconosciuto merita almeno la possibilità di essere guardato.

Ed è forse proprio qui che associazioni e realtà culturali possono svolgere una funzione decisiva.

Non devono necessariamente creare nuovi “autori”.

Devono creare nuove possibilità di confronto, di crescita e di espressione.

Perché la cultura fotografica non cresce soltanto quando celebriamo i grandi nomi della storia della fotografia.

Cresce anche quando permettiamo a qualcuno che ancora non conosciamo di mostrarci qualcosa che non avevamo mai visto.

Una domanda aperta

Forse, allora, il problema non è stabilire chi abbia il diritto di essere considerato fotografo, né costruire nuove classifiche o nuovi confini.

Il problema è dare alle persone la possibilità di essere viste.

Prima ancora del riconoscimento, prima delle recensioni, prima delle gallerie e dei curatori, dovrebbe esserci qualcuno disposto a fermarsi davanti a un’immagine e chiedersi:

Qui dentro c’è qualcosa?

C’è uno sguardo?

C’è un pensiero?

C’è una persona che sta cercando di raccontare il mondo attraverso la fotografia?

Non tutti diventeranno grandi autori, e non è nemmeno necessario che lo diventino.

Ma credo che una fotografia autentica abbia bisogno di uno spazio nel quale poter crescere, confrontarsi, essere messa in discussione e, soprattutto, essere guardata.

Perché il rischio più grande, oggi, non è soltanto quello di produrre troppe immagini.

È quello di avere davanti agli occhi fotografie che meritavano di essere viste e non esserci mai fermati a guardarle.

E forse è proprio da qui che dovrebbe ripartire una parte della cultura fotografica: non dalla ricerca di nuovi nomi da celebrare, ma dalla disponibilità a cercare, tra le tante voci ancora silenziose, quelle che hanno davvero qualcosa da dire.

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